Fare musica per divertirsi. Firmato Playgroup.

Fare musica per divertirsi. Firmato Playgroup.
Non è un caso che Trevor Jackson – unico titolare del progetto Playgroup, che Rockol ha incontrato – si porti sempre dietro (assieme all’immancabile telefono cellulare) una celebre consolle per videogame tascabile: "Ho scelto il nome Playgroup per comunicare la gioia, il divertimento di 'giocare'" ha spiegato. "Le canzoni che sono state incluse nel mio album scaturiscono proprio da questo: ho passato la mia vita a fare musica solitamente classificata come ‘underground’ (Trevor è, da tempo, un affermato dj e remixer), e ad un certo punto ho deciso di ‘uscire allo scoperto’, per produrre la musica che mi piacerebbe sentire ma che, troppo spesso, non riesco a trovare”. In effetti l’omonimo disco di debutto di questo eclettico musicista unisce suggestioni dance a ritmiche hip hop e soul, concentrando in una miscela esplosiva la sua vastissima cultura musicale: “Non consideratemi un dj, o – al limite – un produttore di musica dance elettronica”, ci ha confessato Trevor, “mi sento, anzi sono, un musicista pop a tutti gli effetti: il mio album è molto più vicino alla musica che passa tutti i giorni nelle radio che non alle sperimentazioni degli artisti techno attuali. Non ho infatti fatto uso di loop o di particolari accorgimenti per registrare i brani che sono stati inclusi nel disco, preferendo lavorare sulle take effettivamente suonate dai musicisti”. E’ impressionante, infatti, il numero di collaboratori che hanno deciso di fare parte del gruppo di gioco messo in piedi dal signor Jackson: nel disco appaiono in qualità di ospiti l’ex Bikini Kill, Kathleen Hannah, i “terroristi musicali” Peaches e Gonzales, oltre che ad una nutrita schiera di musicisti più o meno celebri. “Quando ho iniziato a pensare alla realizzazione del mio disco, ho cominciato a tenere un quaderno dove scrivevo – man mano che mi venivano in mente – tutti gli artisti coi quali mi sarebbe piaciuto collaborare: la lista, dopo alcuni giorni, si era talmente allungata sino ad includere più di un centinaio di persone. Una volta selezionate le collaborazioni, sono volato a New York, dove ho iniziato a lavorare sul materiale che avevo a disposizione”.
Oggi, Trevor raccoglie io i frutti del suo progetto: "E' un disco che strizza l’occhio alle sonorità mainstream pur non rinnegando le sue radici underground: questa particolarità è molto importante per me, perché credo che troppo spesso, i musicisti più dotati che si occupano di sperimentazione, cerchino in tutti modi di non far emergere le loro creazioni, preferendo rimanere nell’ambito esclusivo dell’underground e snobbando, invece, gli ambienti più vicini alla musica ‘commerciale’. Io, al contrario, penso che la musica sia un patrimonio comune, e che ghettizzarla in compartimenti a tenuta stagna sia stupido, oltre che ingiusto”. Ma la grande fortuna commerciale che, in questo periodo, pare stia arridendo a molti suoi colleghi che si occupano di musica elettronica sembra smentirlo: “Occorre fare molta chiarezza su questo punto, perché parlare in generale di ‘musica underground’ o di ‘elettronica’ è molto vago: molti artisti che adesso spopolano nelle chart hanno dovuto limitarsi a discapito della propria integrità, racchiudendo nei propri lavori una summa di tutti i cliché graditi alla moda del momento. Quando però considero l’iter artistico di musicisti come Moby o i Radiohead, posso solo essere soddisfatto di come siano andate le cose: è bellissimo pensare a come il pubblico sappia riconoscere il talento e l’ispirazione, coniugando perfettamente il divertimento alla buona musica".
Ma che musica ascolta Trevor? “Potrei fare i nomi di Happy Mondays, Soft Cell e Human League, anche se sarebbe riduttivo limitare le mie fonti di ispirazione ad una lista di band. Ho sempre ascoltato tantissima musica, non ponendomi alcuna barriera riguardante il genere o lo stile: adesso, tra i miei dischi preferiti, trovano spazio sia i Radiohead che Missy Elliot”.
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