NEWS   |   Cinema / 05/03/2012

John Belushi, 30 anni dalla morte: il ricordo e lo speciale di Rockol

John Belushi, 30 anni dalla morte: il ricordo e lo speciale di Rockol

Chateau Marmont, bungalow 3, Sunset Boulevard, Los Angeles, mattina del 5 marzo 1982.

Uno speedball ha stroncato la vita e la carriera del più grande attor comico vivente. Gliel’aveva ammannito poco prima “Silverbag”, nome d’arte di Cathy Smith, spacciatrice d’alto bordo dalla borsetta porta-dosi color argento che nella notte l’aveva scortato strafatto dal privé dell’On The Rox, l’alcova dei supervip sovrastante il Roxy, sullo strip. Poi gli avevano fatto visita due amiconi, Bobby D (così Belushi chiamava Robert DeNiro) e Robin Williams. Sorto da qualche ora il sole, il suo personal trainer William Wallace, forzata la porta del bungalow, l’aveva trovato riverso a terra. Aveva tentato di rianimarlo. Il coroner lo avrebbe dichiarato morto alle 12.45. Aveva 33 anni. Infine erano accorse le troupe, i giornalisti, i cameramen…

In sette anni la traiettoria di John Belushi aveva attraversato come un meteorite TV, cinema e musica, facendo di lui un’icona dell’irriverenza e una figura di culto multimediale: idolo degli universitari e modello-tipo del bad boy da college da un lato,  appuntamento fisso del late night catodico per milioni di famiglie dall’altro, saltimbanco e cantante, artista sensibile e cocainomane e bevitore ingestibile. Da Chicago a New York City, dalle assi sotto il National Lampoon al Saturday Night Live, da Second City alla grande Mela.

JOHN BELUSHI, 30 ANNI DALLA MORTE: LEGGI QUI IL NOSTRO SPECIALE

Insieme a una covata di giovani geni dell’umorismo - il compare Dan Akroyd, ma anche l’amico Bill Murray, il non-amico Chevy Chase, la grande Gilda Reiner – avrebbe prima cambiato per sempre il modo di fare TV e intrattenimento, lasciandoci in eredità una galleria di personaggi e imitazioni sensazionali, poi si sarebbe impossessato di Hollywood lasciandosi alle spalle il piccolo schermo che in cinque anni gli aveva dato la gloria, firmando con John Landis dietro la telecamera la doppietta storica: “Animal House” + “The Blues Brothers”. Nel primo, spostato in avanti di dieci anni il sottofondo da American Graffiti, lo aveva imbrattato per bene grazie a un demenziale genio comico e fisico. Nel secondo fu Jake Blues, e mise a soqquadro Chicago con l’amico Danny (Elwood Blues) perché era in missione per conto di Dio. La missione? Rimettere insieme la vecchia band. Ecco perché BB diventò e resterà per sempre il musical più rock and roll della storia, o l’inseguimento più musical di Hollywood.

Infine, fu posseduto dalla musica. Che piaccia o meno, mostri sacri come James Brown, Ray Charles e Aretha Franklyn – insieme all’intero movimento e genere blues – devono alle sopracciglia, ai RayBan Wayfarer e all’uniforme da becchino di John Belushi una nuova vita, quelle che tra SNL e il film seppe regalare loro insieme a Danny. Da ultimo, era ossessionato dal punk e il suo gruppo preferito erano i Fear.

John Belushi fu sepolto a Martha’s Vineyard, presso l’Abel Hill Cemetery. Dan Akroyd guidò il corteo funebre a bordo della sua moto e in chiesa suonò a tutto volume “2.000 pound bee”: si erano promessi, John e lui, che chi dei due fosse sopravvissuto all’altro l’avrebbe usata come colonna sonora del funerale dell’amico. E un altro amico, Bill Murray, pronunciò per lui il seguente elogio funebre: “Era uno sciattone, l’avete mai visto mangiare? Dei bambini affamati avrebbero potuto saziarsi solo col cibo che gli restava attaccato sulla barba e sui vestiti. I cani si riunivano per guardarlo mangiare. Non ho mai capito l’ingordigia, ma la detesto. Era una cosa che odiavo di te. Gli piaceva disgustare la gente, essere disgustoso, offendere le persone e metterle a disagio. Non ci mancherai”.

(gpdc)

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