Napster, la grande incognita

Il gigante della musica in rete si fa sempre più piccolo: dati raccolti nelle ultime otto settimane dall'ente di rilevazione Nielsen Net Ratings riferiscono di un ulteriore calo del 36 %, a 2,6 milioni di presenze, del traffico sul sito prima che quest'ultimo venisse oscurato per problemi tecnici e per decisione di un giudice federale (poi ribaltata dal giudizio di una Corte d'Appello, vedi news). I 60-70 milioni di fan conteggiati nel periodo di massima esplosione di popolarità del sito, prima che – nel marzo scorso – l'ordinanza del giudice Marilyn Hall Patel decretasse per la prima volta l'espulsione dalle sue “directory” delle canzoni di proprietà delle major, sembrano distanti anni luce, invece che pochi mesi. E così, in un'altalena di notizie e di voci sempre più confuse e contrastanti (Napster chiude, Napster riprende l'attività più forte di prima, Napster continua il testa a testa con le major, Napster fa pace con Metallica e Dr.Dre, Napster si è “venduto” all'industria discografica) il fenomeno per eccellenza della musica on-line diventa sempre di più l'oggetto misterioso del Web. Ritardi nello sviluppo delle tecnologie e dei software destinati a supportare il nuovo servizio legale a pagamento, programmi fumosi per quanto riguarda i tempi di introduzione della nuova versione legalizzata e un'apparente incertezza strategica da parte del fiancheggiatore/finanziatore Bertelsmann gettano molte ombre sul futuro del progenitore del libero scambio musicale in rete, ancora incapace di risolvere l'equazione tra necessità di regolamentare il servizio e capacità di generare profitto nel mentre masse crescenti di navigatori del Web si rivolgono a cloni open-source potenzialmente privi di controllo e i grossi gruppi dell'establishment musicale si attrezzano per il “file sharing” autorizzato (ultimo in ordine di tempo il colosso AOL Time Warner, il. cui AOL Artist Discovery Network, appena annunciato, sarà una delle prime reti di distribuzione legali a fornire un catalogo di brani in download attinto al repertorio di case discografiche diverse). Segno che rivali ed epigoni di Shawn Fanning stanno imparando la lezione e che al sito californiano si apre un futuro dagli orizzonti prevedibilmente ristretti: o come entità autonoma forzatamente costretta ad operare in un ambito assai ridimensionato, oppure come bandiera e insegna “storica” sotto cui si raggrupperanno le iniziative di nuovi “player” istituzionali (vedi l'accordo di distribuzione annunciato con MusicNet, la joint venture tra RealNetworks, AOL Time Warner, EMI e Bertelsmann, vedi news). La storia, dunque, si ripete: un po' come quando le grandi corporation calarono in massa sui grandi raduni hippie degli anni '60 per imbrigliare sotto contratto le punte di diamante della cultura alternativa, o quando le prime antenne “libere” dell'etere vennero spazzate via dalle radio commerciali, gli innovatori dal fascino ribaldo e barricadero cedono gioco forza il passo all'industria e alle iniziative organizzate dal grande business. Sembrerebbe di capire che a Shawn Fanning, capitalizzato l'enorme valore commerciale della sua invenzione, toccherà rientrare nei ranghi, come è destino di ogni pioniere che si rispetti, nel momento in cui entra in gioco l'artiglieria pesante delle compagnie multinazionali. E forse Napster ha davvero esaurito il suo ruolo di spartiacque, nel momento in cui spuntano come funghi emuli, legali e non, destinati a metterne a profitto l'idea originale: ai suoi creatori resterà magari solo la consolazione di avere scritto una pagina storica della musica di inizio millennio. E ad altri toccherà presto il compito di raccoglierne l'eredità: qualcuno (vedi l'olandese Fasttrack) si è già affacciato all'orizzonte prefigurando nuovi minacciosi fantasmi sui sonni tranquilli dell'industria musicale.
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