Tutti i mostri di Ed Harcourt

Tutti i mostri di Ed Harcourt
Ed Harcourt forse non ama molto parlare al telefono, anche se le sue risate sono forti e frequenti; specialmente se dalla sua bella postazione italiana, una comoda sdraio sul bordo della piscina di un hotel romano, può godersi il sole. E’ la prima cosa che racconta a Rockol, mentre sghignazza sulla durezza della vita e sulla pacata bellezza del paesaggio che lo circonda. Pensandoci bene, sembra probabile che a ventitré anni, nella vita di questo giovane cantautore inglese non ci siano state molte occasioni per incontrare delusioni scottanti. Dalle rigogliose distese di erba della Gran Bretagna, popolate dalle temibili api che tanto sembrano intimorirlo, Ed ha ottenuto subito un contratto discografico con la Heavenly Recording, già casa di artisti come Beth Orton.
“Abito in un piccolo paese in campagna appena fuori Brighton, a circa dieci miglia dal mare", racconta a Rockol. "Non è che lì ci sia molto da fare, anche se di gruppi musicali non ce ne sono molti. L’unica cosa che ho voluto fare è stato imparare a suonare diversi strumenti e concentrarmi sulla mia musica, senza farmi coinvolgere troppo da fattori esterni. E quando la Heavenly Recording ha deciso di trascinarmi sulla sua carovana, ho subito accettato”. Ed non ha perso tempo. Già all’età di 16 anni, come capita a molti ragazzi oppressi dallo studio e dalle ferree regole dei college d’Oltremanica, ha cercato la “ribellione” nella musica; anche se la parte del ribelle non gli è mai andata troppo a genio: “Suonavo con altri compagni di scuola in un gruppo di punk rock… ma non avevo la cresta, e – no di certo – non mi vestivo come un punk. Io sono un pazzo, ma quello che mi interessa è suonare. E’ questa la migliore presentazione che posso dare al pubblico italiano. La mia musica è amore; amore che voglio far arrivare a tutti coloro che vorranno ascoltarmi e che sentiranno ciò che anch’io ho sentito”.
Lo scorso anno, seppur con una distribuzione non certo capillare, Ed ha pubblicato un mini album, quel “Maplewood” in cui tutti hanno visto il riflesso di Tom Waits: “Lo ammiro; e sono il primo a definire ‘Maplewood’ molto vicino al suo suono. Sono sensazioni. E capisco che per un giornalista sia importante fare dei collegamenti. Ma la mia musica è mia. E la mia ispirazione arriva dal mondo che mi circonda; dalla mia fidanzata, dalla bellezza della natura; da molte cose. E questo discorso del ‘New Acoustic Movement’ tanto celebrato dalla stampa, per me è, come dite voi in Italia, ‘pompini!’”. Ride ancora, Ed, sicuramente incosciente della sua ottima pronuncia italiana.
Oggi “Maplewood” non è stato dimenticato. L’ironia fa parte della vita e della musica di Ed Harcourt. Che per il suo primo vero album di debutto, “Here be monsters”, si è circondato “di tanti produttori”: “Io non sono un vero e proprio produttore, ma non li amo neppure, i produttori”, scherza Ed. “Quello che devono fare è stare seduti e darmi ogni tanto qualche consiglio”. Eppure nel disco figurano grandi nomi: da Tim Holmes dei Death In Vegas a Gil Norton (Pixies, Foo Fighters) fino a Dave Fridmann (Flaming Lips, Mercury Rev). “Con Dave in particolare mi sono trovato bene”, ha ammesso – naturalmente ridacchiando – Ed, “anche perché mi sento in sintonia con la musica dei Mercury Rev”. Ma, se nella musica estatica dei Mercury Rev si possono intuire le atmosfere incantate – e tuttavia terrifiche – delle valli americane dove compongono la loro musica, quella di Ed non rimanda certo alla tradizione folk inglese: “Di solito la gente ama citare Nick Drake, ma io, lo ripeto, non mi ispiro a nessuno in particolare. La mia musica è scanzonata, solare e cupa al tempo stesso. Amo giocare; e amo farlo con tanti strumenti, dal pianoforte alle chitarre elettriche, dal sassofono all’armonica, fino al basso. Adesso vorrei imparare a suonare il violoncello; anche il violino mi interessa parecchio”. Ed continua a parlare preso dall’entusiasmo che lo avvolge stretto mentre racconta la sua storia; una frenesia appassionata che lo ha portato ad avere un bagaglio pieno zeppo di nuove canzoni: “Prima si parlava di 300 canzoni… ora sono 400. Questa volta – credimi – non scherzo affatto. Non sto mica scrivendo un’autobiografia. Altrimenti mi inventerei tante cose. Mi trasformerei in un ‘curatore di api’, oppure in un ‘addetto a far schioccare la frusta in una fiera di paese’. Ma qui parliamo di cose vere. Come i mostri che popolano la mia musica. Le canzoni sono dei piccoli mostri; alcuni buoni, altri cattivi. E una volta che arrivano a te, sono liberi di andare liberi per il mondo”.
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