NEWS   |   Industria / 20/02/2012

Blandini (SIAE): 'Ripristinare le pensioni SIAE? Non si può'

Blandini (SIAE): 'Ripristinare le pensioni SIAE? Non si può'

Il blocco delle "pensioni" erogate dalla SIAE,  deciso dalla gestione commissariale dell'ente a partire dall'inizio di quest'anno, ha prevedibilmente scatenato infinite polemiche e reazioni a catena. Alla vigilia dell'assemblea che domani sera, 21 febbraio, vedrà riunirsi a Roma gli autori che dalla SIAE si sentono traditi e che protestano contro il provvedimento di annullamento delle prestazioni previdenziali,  Rockol ha sentito le ragioni di uno dei fautori della (assai sgradita, e per alcuni oggettivamente drammatica) "rivoluzione": il direttore generale Gaetano Blandini.  

La decisione di interrompere l'erogazione degli assegni di professionalità e delle prestazioni previdenziali  ha suscitato tra i soci sconcerto, preoccupazione, indignazione. Davvero non si poteva fare in altro modo?

Purtroppo no. E il motivo è semplice: quello che noi chiamiamo Fondo di Solidarietà in realtà è un'altra cosa. E questo non lo dice Blandini, non lo dice il Commissario Straordinario Gian Luigi Rondi e non lo dicono neanche i subcommissari Mario Stella Richter e Domenico Luca Scordino. Lo dicono le autorità di vigilanza ma soprattutto una legge dello stato che impedisce alla SIAE di erogare prestazioni di natura previdenziale. Come tutti sanno solidarietà e previdenza sono due cose diverse: la prima consiste in un intervento che si fa nei confronti delle persone che versano in uno stato di bisogno; la seconda è una sorta di prebenda che ogni lavoratore si paga versando contributi nell'arco della sua vita professionale.  Ora, lo statuto della SIAE - quello attuale, ma anche quelli previgenti - dice che la società effettua 'forme di solidarietà', senza peraltro specificare quali.  E aggiunge che per esercitare tali forme di solidarietà gli autori versano il 4 per cento dei diritti maturati e gli editori, che pure non ne beneficiano, il 2 per cento. Gli autori - o meglio, una parte di loro - ribattono  di avere versato quel 4 per cento convinti di guadagnarsi così il diritto alla pensione. Cioè a una vera e propria prestazione previdenziale, come dimostra il fatto che se ne trasmetteva comunicazione anche al'INPS. Ma  questo ora non è più possibile.

Perché lo si dice solo ora?  

E' il caso di riscostruire brevemente la storia. Il 7 giugno del 1949 lo statuto SIAE istituisce una 'Cassa di previdenza dei soci SIAE' che resta in vigore fino al 1978, quando - nel clima di una  normativa  che sul fronte della previdenza si fa più stringente - i soci, con fantasia, ne modificano il nome ma non la sostanza: nasce il Fondo di solidarietà tra i soci, che resta un'entità autonoma fino a quando, nel 1988,  la Corte dei Conti impone alla SIAE di incorporarlo mantenendo un regime di contabilità separata. Va ricordato che  all'epoca sussisteva ancora la distinzione tra soci ordinari e iscritti: i primi governavano la società, i secondi erano come figli di un dio minore esclusi dall'elettorato attivo e passivo. Poi, nel 1992, arriva l'equivalente di ciò che la sentenza Bosman è stata per il mondo del calcio. Un iscritto SIAE, l'avvocato Renato Recca, fa ricorso al Consiglio di Stato e lo vince. La massima autorità di giustizia  amministrativa del Paese  ritiene illegittime le norme dello statuto che discriminano tra soci e iscritti, consentendo solo ai primi di beneficiare del sistema previdenziale. Eppure non succede nulla, la SIAE si disinteressa di questa decisione e Recca è costretto a fare un altro ricorso al CdS ottenendo tre anni dopo  un decreto di ottemperanza. Che fa a quel punto la società degli autori? Fa entrare Recca nel suo 'maso chiuso', quella che voi giornalisti chiamate la casta, ma continua a tenere sbarrato il recinto a tutti gli altri finché non si giunga allo studio e all'approvazione di un nuovo regolamento.  Di fatto, per vent'anni, la SIAE disapplica una sentenza del Consiglio di Stato.

Così intervenite voi...

Rondi,  non dimentichiamolo, è lui stesso un autore iscritto alla SIAE e mi ha fatto la stessa domanda che mi ha posto lei all'inizio: non si può fare altro?  Ben prima che lui entrasse in carica  le autorità di vigilanza - la Presidenza del Consiglio, i ministeri, la Ragioneria Generale dello Stato -  avevano segnalato l'irregolarità della situazione rispetto a una legge che, dal  2005,  punisce l'esercizio abusivo di prestazioni previdenziali con la reclusione da 6 mesi a 3 anni e una multa da 5.200 a 25 mila euro. Se non ottemperassi a questa legge, in altre parole, andrei in galera. Per otto mesi, su insistenza del Commissario Straordinario, abbiamo studiato a fondo la situazione e ci siamo confrontati con le autorità vigilanti ma non c'è stato nulla da fare. Rammento anche che un comitato di studio composto dagli stessi autori ha lavorato per cinque anni alla ricerca di una soluzione alternativa senza approdare a nulla, e che è costato  alla SIAE oltre 600 mila euro. Non essendosi trovate altre soluzioni, siamo stati costretti a intervenire.  Gli autori che si riuniscono domani dichiarano di sentirsi traditi.  Ma se quella decisione del Consiglio di Stato fosse stata applicata quando doveva, oggi  i soggetti potenzialmente legittimati a ricevere l'assegno sarebbero stati 8.200 invece di 1.083  e non ci sarebbe più stato nessun 'tesoretto' a cui attingere.

Gli 87 milioni di euro nelle casse SIAE...

...Che abbiamo segregato e da cui nessuno prenderà neanche un centesimo. Perché sono stati raccolti per altri scopi: solidarietà, appunto, e non previdenza. Differentemente da quanto si è detto e scritto, il Fondo non è stato chiuso ma soltanto modificato.  

Ma se non si possono erogare prestazioni previdenziali, non si può almeno  modificare il tetto massimo (8.800 euro annui) che dà diritto all'assegno di solidarietà?

Mi faccia dire che fino ad oggi - e lo dico vergognandomene, perché ho firmato io i mandati - la solidarietà si è esercitata nei confronti di 132 signori che tra diritto d'autore e altri redditi non arrivano neppure a 3 mila euro l'anno: una somma che davvero non permette di mettere insieme il pranzo con la cena. Mentre tra le 1.083 persone che percepivano l'assegno di professionalità c'erano 342 vedove, e qualcuna di queste signore   - non faccio nomi per motivi di privacy -  risulta avere un reddito di 6 mila euro anche se poi il figlio percepisce 640 mila euro l'anno in diritti d'autore maturati dal genitore defunto. Si può parlare di indigenza, in questi casi? Non mi pare proprio. Tra quei 1.083 ci sono nomi illustri. E almeno trecento, da quanto mi risulta, non si sono uniti alla protesta: forse perché il 4 per cento che hanno versato fino a ieri  vale dieci volte l'assegno da 7 mila euro che gli sarebbe tornato indietro.  


Nomi illustri, certo, e facoltosi. Ma anche tanti indigenti e autori, anche famosi, che oggi si trovano in oggettiva difficoltà.

E' vero,  ma quelli li stiamo intercettando per erogare loro le prestazioni di solidarietà. E quanti ce ne sarebbero, tra quegli altri ottomila che non sono mai stati fatti entrare nel recinto? Non lo sappiamo ancora: sappiamo solo che gli associati SIAE sono 95 mila, e che tra gli 82 mila iscritti alla sezione Musica  60 mila  producono un 'reddito autorale' pari a zero. Si possono considerare veri autori? Uno compone due versi in vita sua, si iscrive alla SIAE e al compimento dei sessant'anni percepisce un assegno da settemila euro l'anno: se si potesse continuare così  suggerirei anche a mio figlio di farlo.    

State cercando di dialogare con la 'base'?

Rondi ha incontrato personalmente gli  autori, e a tutte  le associazioni di categoria abbiamo chiesto di farci pervenire le loro proposte di emendamenti affinché il Commissario - che è un soggetto terzo, e non fa parte di nessuno schieramento - potesse valutare eventuali  indicazioni unanimi o fortemente maggioritarie e prenderle in considerazione. Noi queste carte le abbiamo raccolte, ma le indicazioni che abbiamo ricevuto sono tutte diverse l'una dall'altra e alcune - come quella di restituire tutto quanto versato fino ad oggi - decisamente demagogiche e fantasiose. L'unica richiesta condivisa è quella che invoca  l'aumento della solidarietà 'vera', e questo avverrà  anche se ci sono valutazioni economiche da fare: gli 87 milioni di euro raccolti finora non si possono e non si devono toccare e le prestazioni verranno erogate mettendo mano agli interessi che maturano su quella somma (senza ulteriore ricorso ai contributi del 2 e 4 per cento). Vorremmo allargare il numero dei beneficiari a 300 persone, ma dobbiamo fare delle  simulazioni per verificare se le risorse sono sufficienti.  

Chi l'ha comunque percepita fino ad oggi, la pensione, ovviamente manifesta il suo malcontento.

Capisco, ma la SIAE - se mi passa il termine - è come un circolo sportivo: non ci sono diritti acquisiti. Chi legge lo statuto, ne accetta le regole: e lo statuto dice che il socio versa il 4 per cento non per avere diritto a una pensione ma a 'forme di solidarietà'. Aggiungo che se si fosse aperto il cancello a quegli 8 mila che forse avrebbero avuto diritto di entrare, la SIAE oggi sarebbe già come la Grecia, sull'orlo dell'insolvenza, e nell'arco di tre anni andrebbe in dissesto finanziario.  

Però qualche proposta concreta è stata avanzata: la Federazione Autori capeggiata da Mogol, Gino Paoli e Mario Lavezzi, tra gli altri, ha invocato la creazione di una Cassa di previdenza separata per gli artisti.

La Fondazione esterna si può fare, ma ci vuole una legge. E non si può farla, come vorrebbero alcuni autori, attingendo come start up a quei  famosi 87 milioni di euro raccolti per altri scopi. La SIAE autonomamente non li può dare, quei soldi. A meno che un giudice decida diversamente.