Train,
le gocce di Giove del rock

Train, le gocce di Giove del rock
Rock vecchio stampo? Fino a qualche tempo fa era possibile vederlo nella classifiche statunitensi: i dischi di Counting Crows, Wallflowers, Hootie & the blowfish e Matchbox twenty riuscirono a vendere diversi milioni copie l’uno. Poi arrivò il dominio del pop, del nu-metal e tutti i gruppi citati fecero flop più o meno eclatanti al tentativo di ritorno in classifica. Fa quindi un certo effetto vedere nell’ultima Billboard Chart, quella datata 30 giugno, un gruppo come i Train all’11° posto, schiacciati tra Tool e Jessica Simpson. Perché i Train sono quanto di più vicino al rock tradizionale a stelle e strisce ci sia oggi in America. “Drops of jupiter”, così si intitola il secondo cd del gruppo di San Francisco, è uscito da qualche mese in America, ma viene pubblicato in questi giorni anche in Italia. La band si è esibita ieri sera, 25 giugno, in uno showcase ad inviti ai Magazzini Generali di Milano.
“Effettivamente è difficile sfondare facendo questa musica, perché non è un suono ‘nuovo’ a tutti i costi come sembra imporre il mercato”, racconta a Rockol il cantante e autore Pat Monahan. “Intendiamoci, credo che la nostra musica sia unica, ma ci rifacciamo ai suoni di gruppi che hanno già popolato e sovraffollato le classifiche in passato. Oggi non è più così. Il rock in classifica è pseudo-punk oppure metal. Noi siamo diversi, suoniamo organi, percussioni, vibrafoni, e sappiamo che abbiamo meno possibilità. Ed è stupefacente fin dove siamo arrivati, perché ci sono un sacco di band come noi che non ce l’hanno fatta”.
In “Drops of Jupiter”, i Train hanno reclutato alcuni dei più grossi nomi del rock: il produttore Brendan O’ Brien (Pearl Jam, Stone Temple Pilots, Bob Dylan) in tutto il disco e l’aiuto del pianista Chuck Leavell (Allman Brothers, Rolling Stones) e l’arrangiatore Paul Buckmaster (colui che lavorò sugli archi di “Madman Across the water” in tutto il primo periodo di Elton John, per intederci) nella title-track, singolo dal criptico titolo.
“Di cosa parla la canzone? La ‘gocce di Giove’ sono una metafora dell’esperienza, di ciò che ti rimane addosso dopo una ricerca. E’ la storia di una donna che parte per cercare sé stessa. Al suo ritorno dopo un viaggio metaforico nell’atmosfera si porta con sé delle gocce di Giove tra i capelli”, spiega Monahan. “Quando ho scritto la prima versione della canzone, e l’ho portata alla casa discografica, ne erano entusiasti. E’ stata la Columbia a suggerire di coinvolgere Leavell e Buckmaster, ed ovviamente lo abbiamo fatto volentieri”.
La casa discografica era talmente entusiasta che in America il disco è stato venduto con una singolare formula “soddisfatti o rimborsati”: chi, avendo acquistato il CD, non lo ha gradito può cambiarlo o restituirlo. “E’ stato un grande e rischioso sforzo dell’etichetta per dimostrare quanto ci credevano”, ci ha spiegato Monahan. “Quando ce l’hanno proposto abbiamo accettato, basta che a venire restituiti fossero i soldi della casa discografica, non i nostri...” .
Se in America è stata dura, in Europa non sarà sicuramente più facile: questo rock è demodé anche nel vecchio continente, dove chi acquisterà il disco lo farà senza il paracadute della restituzione dei soldi. Ma Monahan non si spaventa: “Abbiamo considerato la possibilità di non farcela in America per tutta la nostra carriera, per cui non ci spaventa riniziare da zero anche qui. Siamo qua apposta”. Il sogno americano (del rock) continua.
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