Impala e Merlin a Milano: 'Le fusioni tra major soffocano il futuro digitale'

Impala e Merlin a Milano: 'Le fusioni tra major soffocano il futuro digitale'

Helen Smith, executive chair di Impala, e Charles Caldas, chief executive officer di Merlin, erano ieri (15 dicembre) a Milano, ospiti di PMI per discutere con le etichette italiane associate i temi d'attualità per le indies di tutta Europa: l'estensione a 70 anni della tutela dei diritti sui master fonografici, l'armonizzazione a livello europeo dell'IVA sulla musica registrata, l'impatto sul mercato delle nuove fusioni tra Universal ed EMI (dischi) e Sony/ATV ed EMI Publishing (edizioni). L'occasione giusta per un confronto con chi, in nome e per conto della comunità indipendente, esercita attività di lobby a Bruxelles (Impala) e da Londra tratta la gestione di licenze e diritti sul fronte digitale (Merlin).
Proprio sulla questione dei nuovi merger Impala ha alzato la voce, invocando alla Commissione Europea e alla Federal Trade Commission americana lo stop alla duplice operazione di vendita della EMI. Come andrà a finire?  "Le autorità Antitrust dovranno esaminare l'incidenza delle nuove realtà sul mercato e decidere se le fusioni rispettino o meno l'interesse della collettività", spiega la Smith. "Già in passato gli organi preposti alla tutela della concorrenza hanno fissato dei limiti massimi: sotto il 50 per cento di quota di mercato, tra musica registrata ed edizioni, calcolata sulla Top 100 dei dischi più venduti. E' in base a questi parametri, per esempio, che Universal e BMG, quando hanno fuso le rispettive edizioni musicali,  sono state costrette a vendere alcuni dei loro asset per  assestarsi su una quota di mercato del 45 per cento circa. Da allora però le cose sono cambiate, e le market share di Universal e soprattutto di Sony sono cresciute. Ritengo che siano più prossime al limite, e se la Commissione Europea si atterrà agli stessi standard non vedo come possa approvare le nuove fusioni. Che peraltro devono avere il via libera anche negli Stati Uniti, in Australia e in Giappone...Nella musica il problema della concentrazione si pone in maniera diversa rispetto agli altri mercati, dove si possono valutare le offerte competitive di fornitori di prodotti succedanei anche se sul mercato ne rimangono solo due o tre. Se vendi sedie rosse, puoi negoziare con diverse imprese che producono  quell'articolo. Se invece vuoi lanciare una radio o un servizio di musica digitale hai bisogno di tutto il repertorio musicale disponibile. Ovviamente, per difendere le loro operazioni Universal e Sony tireranno in ballo la pirateria che ha distrutto il mercato erodendo i fatturati. Le imprese online che hanno acquisito molto potere. E gli indipendenti sempre più forti, nell'anno in cui è stata un'artista indie, Adele, a vendere più dischi di tutti.  Io però continuo a pensare che, ovunque, sarà difficile per loro convincere le autorità Antitrust a dare il via libera. Molto dipenderà anche dall'umore politico del momento: sul problema della pirateria, ad esempio, non abbiamo mai ottenuto molta comprensione, a livello istituzionale. Ci siamo adoperati per spiegare che la pirateria è dannosa per tutti, mentre le major l'hanno utilizzata anche come pretesto per giustificare gli eccessi di concentrazione: all'interno del settore si muovono interessi divergenti".  Non è detto che uno più uno faccia due, comunque, e che le major sommino le quote di mercato preesistenti... "Sì, ma il vero problema non sono i punti percentuali in più o in meno. Il fatto è che la concentrazione permette alle società dominanti di acquisire  molta più forza e potere di controllo sull'evoluzione del mercato, sul modo di fare business. Diventa molto più facile, per loro, imporre decisioni  ai concorrenti come al consumatore. Credo che l'esperienza di Merlin nel settore online sia un buon esempio di questo stato delle cose...". "Infatti", interviene Caldas. "Una delle nostre maggiori preoccupazioni è legata al fatto che le grandi società che dominano il mercato sono in grado di esercitare una forte influenza non solo in termini economici e commerciali ma anche sulla configurazione e il modo di operare dei servizi digitali. Ovviamente non puoi lanciare una piattaforma se non hai un contratto di licenza con Universal. Ma nel retail tradizionale non era mai successo che una casa discografica decidesse come va allestito un negozio, che cosa può fare e cosa no, quali funzionalità concedere al cliente e quali impedirgli. Non s'era mai visto il managing director della Universal entrare in un negozio di dischi e imporre al proprietario di cambiare colore alle pareti, pena la perdita della disponibilità del suo catalogo... Il fatto è che il modello di streaming è essenzialmente più democratico. Io lo chiamo il megastore dalle mille porte: non c'è una 'vetrina' come in  HMV, Fnac o anche iTunes. Non c'è un percorso obbligato: in un megastore 'fisico', se entri  per comprare un disco jazz devi passare per forza di fianco agli scaffali che espongono i Metallica e Christina Aguilera. Nel mondo dello streaming, invece, puoi andare direttamente al reparto jazz. E questa democratizzazione  dell'accesso alla musica alle major non piace: non per niente è uno dei motivi per cui nello spazio digitale le etichette indipendenti ottengono risultati molto migliori che sul mercato fisico. Uno degli effetti più gravi delle concentrazioni di mercato è proprio la possibilità di imporre al rivenditore che cosa fare. Di  influenzare e modellare il mercato a proprio piacimento". Com'è successo con Rara.com, il neonato servizio di streaming lanciato da Omnifone che proprio Caldas ha aspramente criticato qualche giorno fa sugli organi di stampa? "Se vogliamo creare un mercato digitale sano, un'offerta che in cambio di dieci euro di abbonamento al mese garantisca al consumatore un assortimento completo e un prodotto di qualità, non gli si può proporre un catalogo che include Madonna e i Green Day ma esclude Adele e i White Stripes. Il consumatore medio queste cose non le capisce. E invece, nel mercato  digitale, vediamo spuntare continuamente società che lanciano servizi costruendo tutto il proprio business attorno al repertorio delle quattro major". Anche Spotify?  "Spotify è un caso diverso. L'anno scorso, sul suo blog, ha pubblicato alcune cifre che spiegavano come le aziende associate a Merlin rappresentassero già oltre il 10 per cento del suo giro d'affari. Ha riconosciuto in noi dei partner importanti e ha capito come stanno le cose. Non puoi costruire un servizio digitale cominciando dalla punta dell'iceberg, devi pensare a soddisfare anche le richieste del consumatore più informato ed esigente. E' come se qualcuno aprisse un negozio all'angolo qui sotto e decidesse di tenere in assortimento solo i dischi di quattro case discografiche: sarebbe costretto a chiudere immediatamente. Ed è quello che mi aspetto che accadrà anche a questi servizi".
Perché allora Coldplay e Black Keys hanno deciso di impedire lo streaming dei nuovi album su Spotify? Hanno torto o ragione? "Bisognerebbe essere in grado di comparare il vecchio modello di business con quello nuovo, e per ora nessuno è in grado di farlo. Non accetto l'assunto di chi fa un'equivalenza tra uno streaming e un download. E' assurdo fare paragoni. Per un consumatore è meglio scaricare una canzone  o sentirsela cento volte in streaming? E' un ragionamento che valeva anche nella old economy: se ascolto venti volte una canzone alla radio e la suono ottanta volte sul cd player, qual è l'utilizzo più redditizio? Il mercato musicale, come ogni altro mercato, si compone di segmenti. C'è il consumatore di fascia alta, che spende un sacco di soldi in Cd di importazione, e c'è quello casuale. Avrebbero venduto di più o di meno, i Coldplay, se avessero reso disponibile il nuovo album in streaming? Al momento non lo sa nessuno. D'altra parte alcuni nostri associati hanno venduto un sacco di dischi e allo stesso tempo generato ricavi consistenti su Spotify".  
L'altro grande tema del digitale è l'equilibrio degli interessi dei titolari dei copyright con i diritti dei cittadini alla privacy e alla libertà di espressione su Internet. Se ne sta attivamente discutendo anche al Congresso americano, di questi tempi... "Anche tra gli indipendenti, al riguardo, ci sono opinioni diverse", osserva la Smith. "Tradizionalmente, però, l'approccio delle indies è sempre stato più flessibile, più aperto all'adozione di nuovi modelli senza l'ossessione di voler controllare l'intera filiera della distribuzione.  Dove cominciano i diritti dell'uno e dove finiscono quelli dell'altro?  Difficile da dire. Ovviamente agli artisti e ai loro partner deve essere garantita la possibilità di decidere cosa distribuire gratuitamente e cosa no. E la possibilità di vivere con il loro lavoro".
 

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