Village People, il ritorno: cronaca dello show di Las Vegas

E’ difficile stabilire quanta parte del merito sia del PopMart Tour, oppure della sensazione cinematografica dell’anno - "Full Monty" - se non, addirittura, delle compilation-colonne sonore introdotte da Quentin Tarantino nei suoi film. E’ un fatto, comunque, che è di nuovo l’ora dei Village People, stendardi della gay disco degli anni Settanta.

E così, direttamente dal Greenwich Village, New York City, il sestetto approda nella città che, negli anni Novanta, più fa per loro, Las Vegas: nel frenetico contesto del Comdex Fall 1997, la più importante esposizione di informatica e tecnologia dell’anno e del mondo, il colpo è piazzato dall’Adaptec, che ingaggia i Village People appositamente per il proprio evento privato, affittando la Grand Ballroom del Mirage Hotel.

Venti anni di tempo sono più o meno l’intervallo perfetto per tingere di mitologia quello che, all’epoca, era soltanto kitsch e discutibile: il carpentiere, il cowboy, il capo indiano, il poliziotto, il motociclista ed il soldato risalgono sul palco come se riprendessero un discorso iniziato appena un giorno prima, e propinano al pubblico una cavalcata tra i successi e gli esilaranti luoghi comuni di una fase musicale che oggi è di gran tendenza.

Il divertimento fine a se stesso, l’ironia come motivo dominante, balletti per soli uomini che più divertenti proprio non si può, una base pre-registrata e, a turno, ciascuno nel ruolo di frontman: sono questi i Village People del 1997 ed il loro show è la summa di un quinquennio caratterizzato da Donna Summer, Sylvester, Bee Gees - e Village People, naturalmente.


Basta l’attacco di uno smash hit come "Macho man" per scatenare la folla, e la conferma che è proprio di cult che stiamo parlando arriva dai giovanissimi in sala ("portavate i pannolini quando uscì questa canzone, vero?", ammicca l’insuperabile carpentiere sotto l’elmetto giallo), che conoscono a memoria ogni mossa dei balletti. E’ difficile che esista uno solo dei presenti al concerto che non sia lì quasi esclusivamente per ascoltare e ballare "YMCA", ma l’attesa vale la pena, soprattutto grazie a una long version di "San Francisco" - città "elettiva" del gruppo - ed una cover di "You make me feel (mighty real)", con tanto di introduzione "a cappella" del soldato. "Siamo qui per darvi sollievo dal metal e dall’hard rock, dall’hip hop e dal rap: eccovi una bella dose di "Thrash disco", altro che!": parte così un medley che non risparmia nessuna citazione della disco dei bei tempi andati e che porta dritto a "In the navy" (ballroom sottosopra, standing ovation).
Ci siamo quasi, i sei ragazzi sono quasi sciolti ma la loro presenza scenica è fuori discussione, un’ora è trascorsa e gli schermi a fianco del palco mandano scene pre-MTV, il pubblico è maturo: e il carpentiere, che la sa lunga, dà le spalle alla folla, si piazza le mani sulle tasche posteriori dei jeans e, con mossa fulminea, le strappa e le getta via: natiche scoperte e "YMCA" può partire.

"E adesso mi raccomando, vi voglio vedere tutti ballare. E non sbagliate a fare la "M" con le mani, altrimenti scendo e vi picchio col filo spinato...!". Se siete troppo giovani per ricordarvi dei Village People, troverete informazioni qui: http://www.gryphon.com/village-people/articles/rhino.html
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