Steve Earle, a lezione di roots rock

Steve Earle, a lezione di roots rock
Un pubblico caldissimo e piuttosto numeroso (poco meno di mille persone, presenti in sala rocker locali come Massimo Bubola e Graziano Romani e piccole leggende della scena americana come Geoff Muldaur) ha assistito ieri sera, lunedì 17 novembre, alla performance di Steve Earle & The Dukes al Rolling Stone di Milano.
Chi lo aveva visto esibirsi in versione acustica ai Magazzini Generali, lo scorso febbraio, non sarà rimasto sorpreso del suo ritrovato stato di forma, dopo gli sbandamenti e le disperazioni culminate in un periodo di detenzione in carcere. Imponente come un grizzly americano, ben disposto nei confronti del pubblico e assistito da un solidissimo trio (la sezione ritmica è quella di Emmylou Harris, ed è incisivo ed efficace il dialogo tra le chitarre e i mandolini del leader e di Buddy Miller, protagonista di un breve set introduttivo), Earle non si è risparmiato, offrendo in due ore e un quarto di concerto un ripasso sofferto, intenso e tutt’altro che didascalico del dizionario roots rock americano, tra furori elettrici e intimismo acustico.
Nelle sue mani, grazie anche alla forza speciale di una voce ruvida, granulosa e fortemente evocativa, l’immaginario tipico del cantautorato classico americano - strade polverose, sonnolente città di provincia, treni in corsa, sconfitte e speranza disilluse - non suona frusto, e trova ancora oggi nuova linfa. Earle lo racconta con un vigore e un’intensità espressiva che sanno di vita vissuta e che risultano spesso irresistibili, tra schitarrate younghiane e piccole dust bowl ballad alla Woody Guthrie, sentiti omaggi a "loner" leggendari come Townes Van Zandt e Gram Parsons ("Ft. Worth blues" e la cover di "Sin city") e agli Stones ("Sweet Virginia"), turbinose danze di radice celtica ("Copperhead road" e "Johnny come lately", con il tin whistle irlandese nel ruolo di strumento solista) e incursioni esotiche nel reggae spigoloso di "Johnny too bad" e negli ondeggianti ritmi hawaiani di "The other side of town". Spesso, nelle ballate elettriche che formano il piatto forte del menu, ricorda la potenza di un John Mellencamp: non ne possiede l’animalità esplosiva da palcoscenico, forse, ma il suo vocabolario, corredato da folk e blues, bluegrass e country, è oggi ancora più ampio. Classici antichi e recenti come "Someday", "The devil’s right hand", "I feel alright", la conclusiva "Guitar town" - ma anche le nuove canzoni di "El corazon", proposto quasi integralmente - sono cantati a squarciagola da un pubblico che dimostra di conoscere a memoria il repertorio. Un seguito affettuoso e commovente che forse Earle non si può permettere neppure in patria: non ha il carisma di uno Springsteen o di un Mellencamp, ma per gli amanti del "rock delle radici" è indiscutibilmente lui, oggi, il simbolo più genuino e vitale di un genere ancora amatissimo. La scaletta:
Christmas in Washington
Here I am
Taneytown
Troubadour
My old friend
Someday
If you fall
Mystery train part II
You know the rest
Wind fall
Copperhead road
Telephone road
More than I can do
Now she’s gone
Fr. Worth blues
I feel alright
Poison lovers
The other side of town
Somewhere out there
Billy Austin
The devil’s right hand
Nothin’ but you
Goodbye
Johnny too bad
N.Y.C.
The unrepentant
Sweet Virginia
Sin city
Johnny come lately
I ain’t never satisfied
Valentine’s day
Guitar town
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