Roberto Cacciapaglia presenta `Live from Milan´: la nostra intervista

Un dvd e cd dal vivo, per riassumere il lavoro di questi ultimi anni di carriera. Questo è "Live from Milan", l'ultimo progetto di Roberto Cacciapaglia, il compositore milanese che nella sua vita ha attraversato molti ambiti musicali: dalla contemporanea di John Cage fino all'elettronica sperimentale tedesca, dalla musica classica all'avventura come produttore di musica pop italiana al fianco di Gianna Nannini, Giuni Russo e altri artisti.

"Live From Milan" contiene la summa del suo lavoro di questi ultimi anni, e propone tre esibizioni live recenti: il concerto integrale di MITO al Teatro degli Arcimboldi di Milano nel settembre 2007 e quello all’Auditorium di Milano del maggio 2010. Tra i contenuti extra spicca invece “Luminous night”, brano live registrato al Teatro Carignano di Torino il 4 luglio con l'accompagnamento del corpo di ballo della compagnia Arkè. Abbiamo incontrato il compositore nella sua casa-studio di Milano, per farci raccontare la sua ultima fatica, che esce proprio oggi in tutti i negozi. E per avere qualche anticipazione sul suo nuovo tour, "Ten directions", che partirà il prossimo 18 gennaio all'Arena del Sole di Bologna per chiudere il 23 febbraio al Teatro Puccini di Firenze.

Da dove proviene il repertorio di "Live from Milan"?
"I brani presenti nel cd e nel dvd sono estratti dalla mia ultima trilogia `Quarto tempo´, `Canone degli spazi´ e `Ten directions´. Li ho affrontati in tre chiavi diverse: agli Arcimboldi ho suonato con l'intera Orchestra Milano Classica, con un approccio integro e macrocosmico. All'Auditorium invece mi ha accompagnato il quartetto d'archi. Infine a Torino ho messo in scena l'archetipo sonoro: il pianoforte solo, accompagnato in questo caso dalla danza. Mi trovo in un momento in cui uso molto di più gli strumenti acustici rispetto ai sintetizzatori. L'elettronica preferisco usarla come un mandala, come dimensione di sottofondo. Non posso proprio fare a meno di un martelletto".
Che rapporto si crea tra te e il pubblico durante i concerti?
"Loro cercano qualcosa di più rispetto al solo intrattenimento o alla musica di sottofondo, consolatoria. E per cercare di darglielo in un certo senso mi ispiro ancora al rock degli anni '60, che aveva una funzione disintegratrice e dove l'artista e la sue canzoni coincidevano. Non era teatro, non c'era finzione. Chi saliva sul palco non indossava nessuna maschera, a differenza di quello che a volte accade oggi. Ora ogni volta che mi esibisco c'è uno scambio, una connessione. Anche e soprattutto grazie a loro".
Hai mai pensato che la musica leggera potesse diventare la tua vera strada? Un musicista con la tua cultura può essere utile al pop di qualità?
"Sinceramente? Quella che faccio io è già musica pop, nel senso più lato del termine, perché non ha intermediazione. Non parto dall'intelletto e penso che le influenze del mio lavoro siano almeno metà e metà tra classica e popolare. Ho iniziato il pianoforte a quattro anni, ma quando ho cominciato a suonare la chitarra nelle cantine insieme ai miei amici, usando le scatole del Dash per fare le percussioni, ho scoperto davvero il piacere della musica. Così è nata la mia idea di contaminazione tra le dissonanze della musica colta e le assonanze del rock".
A proposito di cultura pop: cosa ne pensi di Giovanni Allevi?
"Io e lui facciamo cose molto diverse: lui ha il valore di aver aperto anche al pubblico molto più generalista certe sonorità, aldilà delle polemiche che ne sono nate. E' importante riuscire a coinvolgere più persone possibili".
Non hai mai cercato il successo commerciale. Perché?
"Bisogna fare dei dischi che facciano successo non inseguire il successo facendo dei dischi. Ho troppo rispetto per questa forma d'arte per sfruttarla per fare soldi. Per me è come un grande viaggio che parte dal silenzio, un suono che incanta gli alberi proprio come nel mito di Orfeo. Basta un attimo, se non è integra e impeccabile, se i compromessi prendono il sopravvento è finita".
Hai fatto diverse volte anche il produttore pop. Qual è il disco in cui sei riuscito di più a mettere d'accordo l'esigenza commerciale con quella artistica?
"Non saprei, ho sempre cercato di farlo. Posso fare qualche nome, anche se non basta. Il primo che mi viene in mente è `G.N.´ con Gianna Nannini, mi ricordo che mentre lo registravamo c'è stato anche il terremoto. Eravamo negli studi della PolyGram a Milano e le pareti tremavano, ma noi abbiamo continuato a suonare come se niente fosse. Poi c'è stato `Gioielli rubati´ di Alice, `Bandiera gialla´ con Ivan Cattaneo oppure `Vox´ di Giuni Russo. Lo so che li sto dicendo quasi tutti, ma è difficile scegliere".
C'è un produttore all'estero che segui ancora con passione?
"Brian Eno fa sempre delle cose interessanti: il lavoro che ha fatto con `Viva la vida´ dei Coldplay è stato ottimo. Che piaccia o no, quel disco ha un suono fantastico".
Perché oggi la musica vende di meno rispetto al passato?
"Oggi si parla di crisi, è vero che il Web fa vendere di meno ma non è solo quello il problema. La musica in questi anni è stata troppo spremuta dalle major e dalle radio, a volte senza rispetto. Il pubblico fino ad un certo punto ci sta, poi basta. Se la tratti così le togli carisma, magnetismo. Quando la gente ha di fronte un qualcosa che gli interessa si risveglia. La Rete per me è una grandissima opportunità, un enorme giocattolo universale che rappresenta il nostro futuro. Certo la musica online andrà regolarizzata, perché anche gli artisti devono pur vivere di qualcosa. Ma guai a censurarla".
C'è un Cattelan della musica contemporanea? Un abile manipolatore della comunicazione, in grado di far parlare di sé a prescindere?
"Mi viene in mente Malcom McClaren, l'uomo dietro al progetto Sex Pistols. Una figura interessante, ha fatto delle cose fantastiche. Però adesso in giro non vedo nessuno di questo genere, davvero. Anche se mi piacerebbe".
Potresti farlo tu però..
"Al momento sono in una fase diversa, ma la mia finta musica leggera di `The Ann Steel album´ secondo me andava in quella direzione. C'era della musica elettronica finta fatta con gli strumenti analogici, pianoforti con le catene dentro, sulla falsariga di John Cage, mescolata con quella leggera".
Il sito Pitchfork, la bibbia americana dell'indie rock, ha parlato molto bene di quel disco..
"Ah non lo sapevo, adesso vado a leggermi la recensione"
Cosa ne pensi degli artisti che "classicizzano" il pop?
"Tutti i musicisti che passano dal pop al sinfonico come Paul McCartney, Sting e Peter Gabriel non mi convincono del tutto. Li preferisco al naturale. McCartney in particolare, quando l'ho visto dal vivo per la prima volta ho capito da dove veniamo, ho capito cos'è davvero il pop. In quello non lo batte nessuno".
Come sarà il tour di "Ten Directions" del 2012?
"Purtroppo non posso portare in giro la mia orchestra per questioni economiche. Ci esibiremo in trio: io al piano, Yuriko Mikami al violoncello, e ho creato una postazione con l'orchestra elettronica che suona dei campionamenti di violini e altri strumenti sinfonici, tipo un Fairlight".
Cosa è rimasto dell'esperienza dei Corrieri Cosmici, di quel tipo di elettronica nella musica di oggi?
"Quelli più vicini a queste atmosfere post-floydiane, nate con il krautrock, secondo me sono i Sigur Ros. Mi interessano molto, come mondo sonoro. Seguo anche gruppi con un'impronta più rock come i Radiohead e gli Arcade Fire. Ma in realtà il movimento, dopo i Popol Vuh i e i Tangerine Dream, si è fermato. Tra chi contamina rock e classica invece mi piacciono i 2Cellos. Sta tornando una voglia di musica strumentale, anche un po' lontana da quella più cantautoriale".
Quali sono i tuoi ricordi degli anni del Parco Lambro? Si potrebbe recuperare quell'ingenuità positiva?
"Ad esempio c'era la moda delle invasioni di palco, al Lambro una sera mi hanno messo anche un cane nelle corde del pianoforte. Sono animalista convinto, avevo i brividi per paura di ferirlo. C'era una voglia di evoluzione, di comunione attraverso la musica e di ritrovarsi aldilà dei limiti, per dirlo con un linguaggio un po' alla summer of love. Oggi qualcosa sta tornando di quella energia, soprattutto grazie alla Rete. Quello che dicevo prima riguardo allo svuotamento della musica rimane, ma il Web può essere la chiave per risollevarsi. Io e il mio iPad ormai siamo una cosa sola, vado su internet ogni volta che posso. Trovo che abbia la stessa forza universale e fuori dallo spazio-tempo che ha la stessa musica".
Ma se oggi andasse via all'improvviso la corrente elettrica, da dove si ricomincia?
"Io riparto dal mio pianoforte, senza dubbio. Non me ne sono mai distaccato. Infatti unirlo all'elettronica è il massimo: si crea l'incrocio perfetto tra l'acustico, il primordiale e le macchine. Un giorno si toccheranno e diventeranno un'unica cosa, chissà".  

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