Lévy (Vivendi): 'Non venderemo le nostre case discografiche'

Non c'è rischio che Vivendi, la conglomerata francese che controlla Universal Music Group e ha deliberato l'acquisto della EMI, possa liquidare i suoi asset discografici al miglior offerente come ha fatto la banca Citigroup. "Non abbiamo fatto crescere Universal Music attraverso due grandi transazioni (la prima è quella con cui nel 2006 la major acquisì il catalogo editoriale di Bertelsmann/BMG) semplicemente per disfarcene", assicura l'amministratore delegato Jean-Bernard Lévy in un'intervista pubblicata nei giorni scorsi dal Financial Times. "L'acquisizione della EMI", ha aggiunto il manager francese, "ci serve anzi per soffiare nuova vita nelle nostre proprietà musicali". "Non siamo banchieri. Non siamo una private equity: la musica scorre nelle nostre vene", ha concluso, spiegando che nei suoi piani c'è un rafforzamento di etichette storiche come Parlophone e Capitol.
Il presidente e amministratore delegato di Universal, Lucian Grainge, ritiene che  attraverso la condivisione di servizi e funzioni la supermajor possa risparmiare almeno 100 milioni di sterline all'anno, reinvestibili nella scoperta e nel lancio di nuovi talenti musicali. Sia lui che Lévy sono convinti di riuscire a strappare l'approvazione dell'operazione da parte delle autorità Antitrust di Stati Uniti ed Europa, a dispetto della ferma opposizione dell'associazione delle indies Impala.
Ovviamente, Vivendi continuerà a sviluppare anche i suoi altri asset strategici, pay-tv e telecomunicazioni. Spiega Lévy: "Siamo determinati a rimanere allo stesso tempo una società di contenuti e di piattaforme".
 

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