NEWS   |   Industria / 09/11/2011

Inchiesta Rockol. Il Partito Pirata Italiano, parte seconda: parlano gli artisti

Inchiesta Rockol. Il Partito Pirata Italiano, parte seconda: parlano gli artisti

In prima istanza, non potevamo che interrogare, su una questione così complessa e delicata, i primi attori del teatro discografico, ovvero chi le dinamiche inerenti al diritto d'autore e alla pubblicazione di un disco li vive sulla propria pelle. Abbiamo così sottoposto le dichiarazioni di Athos Gualazzi ad una selezionata rappresentanza di artisti italiani, sotto contratto tanto con major discografiche quando con (più o meno) piccole etichette indie. Ecco cosa ci hanno risposto.


Giuliano Sangiorgi (Negramaro): "Ammetto di non essere aggiornatissimo, su questo argomento. Sì, del Pirate Party me ne hanno parlato degli amici che vivono a Berlino, appunto... Beh, che le modalità di produzione e fruizione della musica siamo cambiate enormemente, negli ultimi anni, è un dato di fatto. Noi abbiamo la fortuna di avere un'etichetta - la Sugar - attentissima a questo cambiamento: con loro abbiamo un dialogo continuo relativamente alle possibili evoluzioni che possano avere le dinamiche del passaggio artista - casa discografica - ascoltatore. E, logicamente, è fondamentale che vengano rispettati tanto gli interessi di chi la musica la ascolta quanto quelli di chi la fa. La cosa più importante è che non si viva questa evoluzione come una guerra tra parti, perché le guerre non portano mai da nessuna parte. E' fondamentale che si instauri un dialogo, che sia il più costruttivo possibile, perché le potenzialità che questo periodo - bellissimo, perché la musica, grazie al Web, è tornata 'aria' e nell'aria, come quando i dischi non c'erano - sta offrendo vengano sfruttate in pieno. Poi scusatemi, ma non ho particolare passione per questi argomenti. Non perché non siano importanti, ma perché preferisco concentrarmi su altro, cioé sul canto e sulla musica. Io, poi, ho la fortuna di avere due fratelli avvocati, che mi aiutano nel gestire le questioni più tecniche. Dal canto mio non voglio pensare a queste cose, perché penso che ognuno debba occuparsi di ciò che sa fare meglio. Il mio lavoro è scrivere canzoni e cantarle, e tanto mi basta. Poi, lo so, potrebbero distruggermi, a causa del mio disinteresse nei confronti di certe questioni, sotto questo punto di vista. Ma preferisco così...".


Caparezza: “Per quanto riguarda le vendite online, sul rivedere i costi e la distribuzione dei proventi sono d'accordo: le nuove modalità sono scevre da una serie di elementi che in passato giustificavano il mantenimento di una filiera indispensabile a diffondere il prodotto. E' altrettanto vero, però, che la questione è molto complessa, quindi mi auguro che gli estensori di questa proposta siano profondi conoscitori del mercato discografico e delle sue dinamiche. Spesso si parla per sentito dire e non si considerano tutti i fattori in gioco. Quando un major, per esempio, scommette su un emergente e stanzia - per dire - sessantamila euro per fargli fare un disco, è naturale che poi, nel momento di raccogliere i frutti dalle eventuali vendite, cerchi di tutelarsi.

Circa il diritto d'autore, più che scendere nel particolare dei casi citati credo sia necessaria una notevole freschezza mentale per affrontare con serietà l'argomento e risolverlo con profitto. Noi siamo di un'altra generazione, e facciamo fatica a capire certi meccanismi di oggi: ci vuole qualcuno che metta sul piatto queste nuove istanze mettendo in discussione lo status quo. Una revisione di questo meccanismo è necessaria, perché il rischio, in alternativa, è quello di spegnersi lentamente perché ci si è rifiutati di evolvere. Quindi ben vengano proposte di questo tipo. Anche perché nelle parti politiche attuali - tutte, senza distinzioni di schieramento, anche se, è ovvio, per quello che dico ho asilo politico dalla sinistra, non riuscendo a comprendere certi dettami tipici della destra, come ad esempio il trittico 'Dio, patria e famiglia' - trovo sempre più spesso un certo sopore che mi porta all'apatia. Trovo invece molto interessanti movimenti come questo, o come quello di Grillo, per una ragione soprattutto più anagrafica che ideologica: quando un trentottenne inizia a perdesi dietro la sua nostalgia diventa inevitabilmente un conservatore, e questo è un problema enorme in un panorama sociale e politico in continua evoluzione. Quindi sono favorevole ad ascoltare le proposte di movimenti simili, senza demonizzarli a priori. Perché il nuovo è quello che ti traghetta verso il futuro: a questo punto, è giusto fare un passo indietro e sentire ciò che hanno da dire".


Casino Royale: "Quando eravamo ragazzini funzionava così: eravamo tutti studenti, i soldi erano pochi e quindi ci si metteva in sei o sette, si comprava il disco e si iniziavano a far girare le cassette. I discografici lo sapevano e quindi, sugli album, imponevano ricarichi alti proprio per ovviare a questo problema. Adesso le cose sono molto cambiate: un brano, appena uscito dallo studio di mastering, può essere commercializzato, con costi di diffusione e distribuzione notevolmente inferiori. Il problema è che i ricarichi retaggio della vecchia situazione sono rimasti, più o meno parzialmente. E, come se non bastasse, c'è anche l'IVA al 21%, che è assolutamente inaccettabile su un prodotto culturale, che al contrario dovrebbe avere l'aliquota minima, non la stessa di un orologio di lusso.

Il Web è un laboratorio incredibile con un'evoluzione estremamente rapida. Ci sono artisti, come i Radiohead, che preferiscono offrire tutto gratuitamente, altri che invece lo rifiutano in toto. E' un mondo che sta nascendo ancora, e che corre il rischio di venire cannibalizzato da un sistema ormai al collasso. Probabilmente si studieranno soluzioni in extremis che - come tutte le cose elaborate in fretta - faranno più danni che altro, come ad esempio i provvedimenti restrittivi nei confronti di testate online e blog allo studio da qualche settimana. Crediamo che, a parte il discorso relativo ai proventi dalle vendite, ci sia da considerare la Rete per quello che è. Nicholas Negroponte, uno degli inventori di Internet, ci era già arrivato, teorizzando la 'dieta mediatica': perché la musica gratis sul Web di per sé non è né un bene né un male per nessuno. C'è gente che ha 8 terabyte di album parcheggiati su hard disc che non ascolterà mai. Anche noi, come tutti, scarichiamo, ma - invece di accumulare materiale per il gusto di farlo - ricerchiamo la qualità, ciò che corrisponda al nostro gusto, per poi comprarlo attraverso i canali ufficiali. Internet, in sostanza, dovrebbe trasformarsi in una grande redazione, dove le idee circolino liberamente ma dove dei professionisti, preparati e pagati per fare il loro lavoro, permettano al pubblico - che ha il diritto-dovere di conservare autonomia critica e capacità di giudizio - di orientarsi. Solo così l'informazione e l'arte saranno davvero libere. E solo così tutti avranno il diritto di compiere le proprie scelte consapevolmente".


Après La Classe: "Sulla ridistribuzione dei proventi ... Non so su che prodotti le case discografiche riescano più a guadagnare. Negli anni Ottanta e Novanta il mercato era completamente diverso, le etichette di proponevano percentuali magari basse, del 4 o 5%, però a livello di vendite si facevano comunque numeri tali che permettevano comunque anche all'artista un discreto introito. Oggi è un disastro, e se l'idea è questa non possiamo che appoggiarla in pieno: troviamo giusto che, anche alla luce dei diversi costi del mercato digitale, le percentuali vengano riviste. Poi, certo, non esiste una via giusta e una via sbagliata, perché se una label spende un sacco di soldi per una produzione discografica è sacrosanto che abbia un ritorno, anche per permettersi di promuovere al meglio il suo prodotto. Viviamo però in tempi dove il Web permette ad una band di crearsi un'immagine e di promuoversi in completa autonomia, e i dispositivi informatici offrono a tutti la possibilità di registrare ottimi prodotti con sistemi di home recording a prezzi irrisori.

Sarebbe fantastico se per legge le etichette fossero obbligate a pubblicare il dischi degli artisti che hanno voluto mettere sotto contratto. Noi tempo fa siamo capitati in una situazione del genere e non lo auguriamo a nessuno: per uscire ci è voluto tanto tempo e tanti sacrifici, e soprattutto tanti soldi - i nostri - grazie ai quali abbiamo creato la nostra società di edizioni e la nostra etichetta, per essere totalmente indipendenti. In tempi di crisi come questi è la cosa che ci sentiamo di consigliare a tutti. Quando eravamo sotto contratto con la edel era uno strazio: ogni volta eravamo costretti a supplicarli di farci uscire un disco. Adesso invece facciamo ciò che vogliamo quando vogliamo. Nel momento in cui un'etichetta mette sotto contratto un'artista impedendogli però di pubblicare il suo disco troviamo giustissima la possibilità di 'esproprio' dei diritti".


Enrico Molteni (Tre Allegri Ragazzi Morti, Fondatore de La Tempesta Dischi): "Suono il basso dal 1996 con Tre allegri ragazzi morti e coordino La Tempesta Dischi dal 2000. Continuo tuttavia a sentirmi un semplice appassionato di musica. Vivo e faccio tutto quello che faccio perché mi piace. Volevo che la musica diventasse il mio mondo e, ora che lo è, sono felice. Detto questo, a trentacinque anni ho l'età sufficiente per aver vissuto in diretta i recenti cambiamenti nel mondo della musica. Il mio pensiero si divide in due. Da un certo punto di vista credo che questo mondo fosse meglio prima dell'avvento del digitale: desiderare ed acquistare un disco ti porta ad amarlo di più. D'altro canto credo sia meglio ora: tutto quello che vuoi, gratis e molto velocemente. L'unico dubbio che mi impedisce di decidere da che parte stare è la mia età, la mia esperienza. Nel senso che vivo le comodità dell'oggi con le conoscenze di ieri. Non so come potrà vivere la musica un ragazzo che oggi ha dieci anni. Probabilmente ci vedrà come noi vediamo i nostri nonni, e la cosa non è poi così grave. Ma non vorrei che si perdesse l'amore collettivo verso un artista, perché quella è una perdita sociale. Simon Reynolds, considerato il più importante critico musicale vivente, dice che dal 2000 ad oggi non è successo nulla di nuovo se non 'la solita minestra riscaldata'. E se il problema fosse proprio legato alla mancanza di fari per i più giovani, dispersi in un mare digitale? Oggi tutti possono scrivere, suonare, registrare, distribuire e promuovere la propria musica stando sul divano di casa. Così come oggi tutti possono scrivere un libro di successo, tutti possono andare a fare televisione, tutti possono fare politica. Insomma, in questo marasma credo che le strutture come le major, gli editori etc. etc., fungessero da filtro. Senza quel filtro i più inesperti rischiano di ammalarsi, perché è pieno di merda in giro. E i più inesperti rimangono i giovani. Per questo il problema rischia di diventare sociale.

Sul diritto d’autore, a mio avviso:

1) il diritto d'autore deve rimanere per sempre. Ne godranno i figli, i nipoti, e così via. Se mio nonno ha costruito una casa cento anni fa, preferisco che arrivi a me piuttosto che diventi patrimonio nazionale.

2) La Siae è strutturata ed organizzata male. In molti prendono una persona terza per verificare il proprio giro di diritti legati alla Siae, e per un motivo o per l'altro la Siae si sbaglia sempre, riconoscendo puntualmente introiti in difetto all'artista. Non può essere un errore che si ripete all'infinito, c'è della malafede.

3) Ci sono degli artisti che di Siae campano, e se non campano, arrotondano come si deve.

4) Come Tempesta lasciamo sempre il master agli artisti, non abbiamo contratti di alcun tipo se non verbali. Tu fai una cosa ed è tua. Se per fare la tua cosa, noi ci mettiamo un capitale, è però giusto che l'opera sia quantomeno condivisa. Anche se per noi, romantici new wavers, la canzone è di chi la scrive, non di chi paga lo studio di registrazione.

5) L'esproprio del diritto d'autore per le etichette di cui si parla alla fine, la proposta dei pirati, è un punto di cui non colgo il senso".






Leggi anche: "Inchiesta Rockol. Il Partito Pirata Italiano, parte prima: chi, come e perché"


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