NEWS   |   Industria / 08/11/2011

Inchiesta Rockol. Il Partito Pirata Italiano, parte prima: chi, come e perché

Inchiesta Rockol. Il Partito Pirata Italiano, parte prima: chi, come e perché

Il 9%, in una consultazione, è una percentuale che fa gola, politicamente parlando: tanto prese (poco più, a onor del vero: il 9,6) la Lega Nord alle ultime elezioni comunali a Milano. A Berlino, in occasione della tornata amministrativa tenutasi a metà dello scorso settembre, il Piratenpartei Deutschland - il Partito Pirata tedesco, parte del network del Pirate Parties International - ha saputo raccogliere l'8.9 % delle preferenze, riuscendo così ad insediare quindici dei suoi rappresentanti tra i 141 seggi dell'abgeordnetenhaus dell'ex città del muro.

Di loro - dei "pirati" della politica - iniziammo a sentirne parlare qualche anno fa, quando - nella seconda metà del decennio scorso, in Svezia - una corrente d'opinione (ad oggi ancora non affiliata all'associazione sovra-nazionale) composta da informatici, file sharer, hacker e devoti a Wikileaks iniziò a protestare contro la guerra dichiarata dalle autorità locali a Pirate Bay, la celebre piattaforma di indicizzazione di torrent poi chiusa dalla polizia per violazione delle leggi inerenti al copyright. Oggi, a meno di cinque anni di distanza, i Partiti Pirata riconosciuti dal Pirate Parties International sono ventisei, e operano in Paesi come Belgio, Canada, Francia, Danimarca, Olanda, Regno Unito, Irlanda e Portogallo. In alcuni di questi - Svizzera, Spagna, Repubblica Ceca e Germania, come già detto - esponenti delle incarnazioni locali del movimento sono riusciti a sedere in consigli comunali e assemblee regionali. Pirati? "Smanettoni" che non hanno voglia di pagare film, dischi e software? No, almeno a sentire loro. Libertà e trasparenza nell'informazione e superamento del digital divide - tanto da rendere l'accesso al Web una delle libertà fondamentali costituzionalmente riconosciute - stanno alla base del programma. E poi il superamento di tutti quei paletti - DRM, sistemi chiusi (non open source) e incompatibilità strumenti - imposti dalle corporation per ragioni strategiche che limitino la fruizione di opere d'ingegno.

E in Italia? Il Partito Pirata tricolore esiste dal 2008, ovvero da due anni dopo la fondazione - da parte di Rickard Falkvinge - del movimento ispiratore svedese. Qualche centinaio di militanti, e diverse migliaia di sostenitori sul Web. A parte un estemporaneo tentativo (andato a vuoto) - in seno a Sinistra Ecologia e Libertà - alle ultime consultazioni europee, alle urne, in proprio, l'incarnazione italiana del "partito pirata" non ha ancora debuttato. "Il nostro problema è la diffusione sul territorio", spiega Athos Gualazzi, il presidente: "Non siamo pochissimi, e sul Web siamo molto coesi. Ma di fatto l'essere stanziati ai quattro angoli dello Stivale non ci permette di essere massicciamente presenti sul territorio". Niente sezioni, assemblee e politica vecchio stampo, quindi: "Già, non ci riconosciamo nella separazione tradizionale tra destra e sinistra, che oggi come oggi - da noi - più che differenza ideologica potrebbe essere derubricata a tifo di stampo calcistico, e nemmeno dei più intelligenti. Noi siamo oltre. E abbiamo programmi e progetti diversi". Quali siano, è possibile leggerli nel programma del partito, stilato addirittura nel 2006 e pubblicato sul sito ufficiale del movimento: annullamento del digital divide, libero accesso all'informazione, trasparenza istituzionale, libertà di scambio di informazioni. "Per dire, non saremmo proprio andati d'accordo con Steve Jobs, che per mezzo di iTunes e iPod ha obbligato a comprare musica al prezzo che vuole per farla ascoltare, quanto, quando e come ha voluto, sugli apparecchi che vende".
"Poi, sapete, ci chiamiamo 'Partito pirata' perché abbiamo voluto giocare d'anticipo", racconta lui, dipendente del Ministero delle Finanze oggi in pensione che ha abbracciato la causa del Pirate Parties International: "Comunque ci avrebbero chiamato così, perché oggi - mettendo 'libertà' e 'Internet' nella stessa frase, si viene subito bollati come hacker, o comunque come qualcuno che per 'libertà' intende 'gratis'. Il discorso, invece, è molto diverso".

E, per spiegarlo, cita il programma. Il primo punto, ad esempio, riguarda il principio di legalità: il Partito dei Pirati - si legge - non promuove e non appoggia, né esplicitamente né implicitamente, nessuna azione che vìoli le leggi esistenti. Niente manifestazioni in favore di hacker o pirati informatici "veri", quindi? "No. Benché l'establishment industriale ci veda sotto questa luce, non vogliamo incoraggiare nessuno ad infrangere la legge. E questo vale anche - e soprattutto - per il file sharing musicale. Le major ci vedono come il fumo negli occhi, ma noi - contro di loro - non abbiamo nulla. Non desideriamo la loro scomparsa, e non incoraggiamo in nessun modo la duplicazione illegale di CD o di mp3. Semplicemente, contestiamo il loro modo di fare utile oggi. Noi siamo consapevoli che la produzione di un album implichi una serie di spese che - quando quest'ultimo viene pubblicato e raggiunge il mercato - debbano venire coperte: c'è l'artista, il tecnico di studio, lo stampatore, il distributore e via dicendo. Su questo non ci piove. Con l'avvento del Web, tuttavia, la filiera di produzione si è notevolmente accorciata. Oggi un file mp3 può essere distribuito direttamente dallo studio presso il quale è stato registrato il brano (come ha fatto, ad esempio, Vasco Rossi con "I soliti", ndr), e quindi certi costi scaricati sul consumatore ci sembrano francamente ingiustificabili. E non crediamo sia colpa degli artisti, che ormai di fatto - a parte rare eccezioni - vivono della loro attività concertistica, ma delle case discografiche, che pretendono di mantenere assetti ormai anacronistici in un panorama di mercato ormai irrimediabilmente mutato. Se vogliono tenere gli organici così come sono, che trovino altre fonti di guadagno. Sennò si riorganizzino".

E qui cade l'altro tabù, ovvero quello sul diritto d'autore. "Il diritto d'autore è sacrosanto: è diritto dell'autore guadagnare per la sua opera d'ingegno e dell'editore riscuotere la parte delle royalties che gli spettano". Ma. "E' assurdo, tuttavia, che il diritto d'autore venga esteso per così tanto tempo (per 70 anni, contro i 50 precedentemente previsti, secondo la nuova direttiva varata dal Consiglio dei Ministri UE, ndr). Quando un autore sarà morto e le sue opere continueranno a fruttare cosa faranno? Gli spediranno i soldi nell'aldilà? E' giusto che, dopo un più che ragionevole lasso di tempo, il diritto d'autore decada e l'opera diventi patrimonio nazionale. E poi non nascondiamoci dietro a un dito: il vero problema è la SIAE, che - con un sistema di collecting tarato male - retribuisce lautamente i dieci autori più importanti non lasciando agli altri nemmeno le briciole per poter recuperare i soldi della quota di iscrizione annuale. Grande parte degli artisti oggi in attività, con i diritti d'autore, non campa. E poi la gestione del diritto d'autore deve essere accorta. Non crediamo sia giusto che le case discografiche abbiano tutto questo potere sulle opere dei propri artisti (un po' come affermato da Sandie Shaw, qualche tempo fa, ndr): per questo - tra le nostre proposte - c'è l'esproprio del diritto d'autore per etichette che si rifiutino di produrre o distribuire opere per ragioni economiche o strategiche".



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