‘E Dante Alighieri creò i Divine Comedy’

‘E Dante Alighieri creò i Divine Comedy’
“Guardali… guardali come ridono…” esclama il cantante Neil Hannon beffardo, ammiccando con gli occhi grigi circondati da capelli lisci e biondi alle foto patinate di Paul, John, George e Ringo appese alla parete. “Fan-culo!”, esplode immediatamente il percussionista Rob Farrer a supporto del compagno, per imbarcarsi poco dopo in un più modesto “lo vedi? Ringo ha il sorriso più radioso di tutti e quattro, quei vecchi bastardi!”. Scoppiano a ridere rilassati i due generosi componenti dei Divine Comedy, mentre inveiscono scherzosamente contro i compatrioti anglofoni Beatles, alla fine di una delle numerose interviste affrontate in questi giorni di promozione in Italia. Generosi di parole, Neil e Rob, nonostante gli occhi cerchiati e i visi stanchi; due ragazzi che, insieme ad altri cinque musicisti, hanno formato i Divine Comedy, una vera e propria – numerosa – famiglia: umile e, certamente, non arrendevole, che con la sua formula di pop rock cameristico e teatrale, e i virtuosi crescendo vocali, ha battuto il mercato discografico per oltre un decennio.
“Forse un giorno suoneremo dal vivo anche in Italia”, spiega con tono speranzoso Neil, ormai scivolato come uno strofinaccio usato sulla poltrona di velluto verde, “se mai voi italiani doveste decidere di accogliere il nostro disco con entusiasmo… vi prego, fatelo!”. L’atmosfera si distende maggiormente, a dimostrazione di come il non aver ancora ottenuto pienamente ciò che si vuole e desidera dal proprio pubblico, renda le persone più cordiali e disponibili.
Tuttavia, i Divine Comedy non sembrano arroganti di natura, come molti colleghi; al contrario, accolgono tutte le domande – anche quelle più scontate– con la stessa cura e precisione, rispondendo nel modo più esaustivo possibile. Anche se, bisogna ammetterlo, è divertente vedere come ti accolgono dubbiosi, scrutandoti con sguardi discreti ma interrogativi mentre tentano di capire chi hanno di fronte; ed è altrettanto piacevole vedere che poi, se sei il loro tipo, ti trascinano in una vorticosa e irresistibile serie di scherni e aneddoti prettamente personali, coinvolgendoti persino in una conversazione post intervista – seria – su quanto il calcio sia lo sport più emozionante al mondo: “La Juventus… ah!, ah!, ah!… pensa che in Inghilterra c’è gente che teneva per la tua squadra invece che per il Manchester… e faceva bene!”.
I Divine Comedy sono talmente simpatici che quasi dispiace che la loro musica non sia ancora popolare nel nostro Paese, nonostante l’impegno che ha da sempre caratterizzato una lunga carriera, portandoli a contatto con personaggi di grande fama e importanza, come Pet Shop Boys, Robbie Williams, R.E.M., Tom Jones e, infine, Nigel Godrich, produttore dei Radiohead: “Per realizzare il nostro ultimo album, ‘Regeneration’, avevamo preparato una lista con diversi nomi a cui attingere, ma alla fine abbiamo scelto Nigel, che ci conosceva già e che amava le nostre canzoni, ma non il modo in cui suonavano. Questo è stato fondamentale, e abbiamo subito capito che il suo apporto avrebbe dato un’atmosfera totalmente diversa alla nostra musica, completamente distante da ciò che finora abbiamo fatto. E, poi, ci ha confessato di essere stufo del legame troppo stretto con i Radiohead. Questa è stata un’ulteriore garanzia: non avrebbe voluto trasformare i Divine Comedy in un altro clone di Thom Yorke e compagnia, ma in un gruppo con sonorità personali. Finalmente la nostra musica ha raggiunto il bivio decisivo, trasformandosi, in modo pacato, in un rock più diretto, senza troppi fronzoli”.
A guardarlo bene, Neil Hannon, gracile e con delicate candide mani, non sembra fatto per il mondo dello show business, ma piuttosto per una carriera di successo in una prestigiosa università britannica come conferenziere o studioso; magari di filosofia. O, perché no, di letteratura classica italiana. “Ricordo che in uno scaffale di casa mia avevo una copia della Divina Commedia di Dante Alighieri”, spiega Neil abbozzando un sorriso, “e mentre ne fissavo il titolo ho pensato, ‘quel nome andrà benone per il mio nuovo gruppo!’. Lo dissi in modo avventato. Poi lessi l’Inferno, la parte più eccitante della trilogia – perché tutti vengono bruciati e torturati – e capii che la scelta era davvero perfetta”. Chissà, forse, e a torto, abbiamo indirizzato i Divine Comedy su un sentiero che proprio non compete loro. In fondo, come un arguto Neil fa notare, “la lingua giusta per il pop è l’inglese che, in tempi che furono, venne consacrata vincente da un gruppetto chiamato ‘Beatles’”.
L'intervista completa al gruppo verrà pubblicata da Rockol nei prossimi giorni.
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