Bobo Rondelli: 'Oggi canto le pene agrodolci dell'amore'

Bobo Rondelli: 'Oggi canto le pene agrodolci dell'amore'

Di una canzone, in fondo, i suoni sono solo il vestito. Bobo Rondelli, cantastorie livornese un po' maudit che in molti (croce o delizia?) hanno eletto erede naturale di Piero Ciampi, lo ha sempre pensato, zigzagando negli anni tra il rock svelto e il reggae dub degli Ottavo Padiglione, il jazz di "Disperati, intellettuali, ubriaconi" (prodotto e arrangiato, nove anni fa, da Stefano Bollani), i toni country&western di "Per amor del cielo", la musica balcanica e quella da film ("Sud side story" di Roberta Torre, e altro ancora). Così il nuovo album "L'ora dell'ormai", appena uscito su etichetta Live Global (distribuzione Self), è pieno di riferimenti d'antan: tango, doo wop, New Orleans sound, ancora un po' di country. E musica da balera... "Sono anche i musicisti che suonano con me a orientare il suono", spiega. "E molti di loro arrivano dal jazz. E' vero, questo è un album un po' vintage, più ballabile del precedente. Ma quel che conta è sempre la canzone: come nella musica dei  Beatles, di Adriano Celentano o di Domenico Modugno, che spesso utilizzava il calypso. E la balera....sì, è un amore di lunga data. I suoni delle orchestrine e degli strumenti poveri mi hanno sempre affascinato".

Si canta molto di amore, in "L'ora dell'ormai"; l'invettiva pungente e la polemica sociale, che in Rondelli non sono mai mancate, sono riservate a un brano soltanto, "Sporco denaro": "Ne avevo anche un altro, 'Non voglio crescere mai', libero adattamento di 'I don't wanna grow up' di Tom Waits. Che però non ha risposto alla mia richiesta di liberatoria, e forse ha ragione nel non volere che i suoi testi vengano manipolati. Ma anche 'Canto di un padre', in fondo, ha uno sfondo sociale: è la storia di un genitore precario che si trova a chiedere aiuto al figlio, cercando in lui la speranza e il senso del gioco che spesso da adulti si finisce per perdere". Anche "L'albero' parla di figli? "Lì ho usato due frammenti poetici del poeta livornese Giorgio Caproni. Scrisse quei versi, credo, per sua sorella". Canzone e poesia: un connubio naturale, per Rondelli, che nel disco ospita anche i versi e la voce di Franco Loi. "Ho scelto poesie semplici, se vogliamo anche pop, che hanno già una musicalità in sé. Come la filastrocca di Rodari che avevo ripreso nel disco precedente. Ne 'L'infinito' di Leopardi io ci sento una sinfonia di Beethoven, una musica potentissima. Spesso, leggendo, mi viene in mente una musica con cui rivestire le parole. E mi attrae la sfida di diffondere l'opera dei poeti che mi piacciono. E' come se grazie a un mio disco uno scopre Paolo Conte e comincia a pensare, 'mazza che ciofeca era Rondelli... E se da Conte passa poi a Charles Mingus, con quel suo bluesaccio che sembra la colonna sonora ideale per una rapina". Ha definito Loi come un maestro spirituale... "La sua voce, che mi ha concesso di usare nel disco, è aria pura. Di lui mi colpisce la capacità di vivere il momento senza preoccuparsi delle conseguenze. Non gli interessa essere migliore di altri, atteggiarsi a poeta: è più curioso di quel che ha da dire un artigiano, un calzolaio o un barista di quanto possa dirgli un letterato. Ricordi la scena di 'Amici miei', quando muore il personaggio interpretato da Philippe Noiret? La moglie non lo piange perché 'non era nessuno' e il conte Mascetti, interpretato da Tognazzi, le chiede se nella vita bisogna per forza essere qualcuno... Ecco, Franco Loi è uno che non vuole essere nessuno, che cerca armonia ovunque si trovi e che - come diceva Pasolini - per strada risulta irriconoscibile. Per lui ogni uomo è ugualmente sacro, ecco perché lo considero un guru occidentale. Più un sacerdote, un religioso, che un poeta. E con un affetto paterno, nei miei confronti, che non mi dispiace". Loi, nel disco, recita in dialetto milanese. Ma un'altra toccante poesia è dedicata a Livorno, la città che Rondelli ha nel sangue e che "vista da un cieco è bellissima"... "Quelle liriche sono del sassofonista Dimitri Grechi Espinoza. Lui, che è di origine russa, è capace di osservare i livornesi e la città dalla giusta distanza e ne ha fatto una descrizione accurata. L'aveva scritta anni fa perché la recitassi io, e stavolta ho colto l'occasione. E' un grande jazzista, quando suona nelle chiese costruisce dei loop naturali sfruttando gli echi e i riverberi". C'è qualcosa che accomuna gli artisti livornesi? Lui, Ciampi, e i suoi amici Paolo Virzì e Paolo Migone? "Forse una certa arroganza, la voglia di avere sempre l'ultima parola, di alzare continuamente la posta per far capire che sei vivo e che sei rimasto un po' bambino".

L'autobiografia sconfina anche nelle canzoni più personali: in quella che intitola il disco, Bobo canta il dolore del distacco amoroso come un sentimento dolciastro e confortevole. Non avrebbe potuto scriverla, ammette, dieci anni fa: "Certo che no. Con gli anni cresce il rimpianto dei sentimenti che si provano quando si viene lasciati. La prima volta è dolorosa e basta, ma poi ti accorgi che il dolore amoroso è un dolce sostituto di quello più grande, quello legato alla morte. Ben vengano allora le pene d'amore. Che rinforzano, sono emozionanti, avvicinano agli amici e alla natura. Tutta la musica che si ascolta in giro sembra scritta apposta per te, è il momento ideale per chi ama le canzoni. Soprattutto quelle tristi". La sofferenza e il mal di vivere sono condizione necessaria della creatività? "No, non è detto. Ma per me forse sì, ho bisogno di essere 'malato' per scrivere: tutto nasce dal pensiero, dal rimuginare, dal non riuscire a dormire di notte, dal tormentarsi magari per un litigio con un amico. Il tormento mi è necessario, in fondo me lo vado un po' a cercare perché la noia è molto peggio. Mi sono separato da mia moglie, ho dei figli ed è stato un momento terribile. Tutte queste canzoni, in fondo, sono un espediente per chiedere scusa a loro, alla mia ex moglie e a qualche nuovo incontro. In 'Per amarti' canto dell'amore come di un cerchio: anche i figli di solito arrivano dopo la fine di una storia tormentata".

Rondelli ne parla con leggerezza: l'humour, e il tragicomico, sono un altro dei suoi registri, e nel mini tour promozionale nei punti vendita Fnac che è iniziato martedì da Firenze e prosegue fino al 5 novembre tra Milano (domani), Roma, Torino e Genova, promette non solo musica ma anche battute per "sollevare il morale". Senza denudarsi come fece il 10 settembre scorso al Metarock di Pisa (il filmato gira su YouTube): "Ah, i giornali locali lo hanno messo in prima pagina e quando hanno visto la locandina i miei figli ci sono rimasti un po' male. Il fatto è che a un certo punto l'orchestra si è messa a suonare una musica un po' cubana e mi ha preso la voglia di mettermi a giocare. Tutti ridevano, mi sentivo un po' come Pinocchio. Non era un nudo volgare, assomigliava un po' al burlesque. E ho fatto un balletto alla Aldo Busi. Mi piace mettere il mio corpo alla berlina: denudarsi per far ridere è anche donare se stessi. E poi da una settimana mi ero tatuato l'immagine di San Francesco sul petto e volevo mostrarla. Serve a tenere a bada l'altro mio tatuaggio, un uomo lupo".

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