NEWS   |   Industria / 23/10/2011

L’iPod compie dieci anni

L’iPod compie dieci anni

Era il 23 ottobre 2001 quando Apple si trasformò ufficialmente da azienda IT in ‘music company’: il giorno in cui il primo iPod fece la sua comparsa pubblica, non senza essere accolto da scetticismo da parte di addetti ai lavori (sia del comparto C.E., sia dell’industria musicale) e analisti. Aveva una capacità di storage pari a 1.000 brani e costava 399 dollari, casualmente proprio quanto oggi vale (nella media delle fluttuazioni quotidiane dell’ultima settimana) un’azione Apple. Se ne vendettero 125.000 esemplari nei primi due mesi di vita: da quella base originò la progressione geometrica che portò Apple a commercializzarne 50 milioni in quattro anni e oltre 320 milioni in totale, un’ascesa che si arrestò solo per lasciare spazio a quelle ancora più eclatanti di iPhone e iPad.
Quello che oggi è un oggetto comune e senza dubbi in futuro sarà custodito nella teca di qualche museo di design, si affermò grazie a quattro ragioni:
1. la costruzione intorno all’iPod di un ecosistema proprietario, al centro del quale Apple progettò un ambiente software, iTunes, gettando la base – in piena rivoluzione open source - per una strategia chiusa (come le era sempre stato proprio, d’altra parte, trattandosi di una delle rarissime compagnie che realizzava in proprio sia hardware sia sistema operativo);
2. un design che metteva lo stile al centro di tutto (plastica bianca traslucida e, soprattutto, cuffiette ‘buds’ bianche, un’icona duratura), riuscendo però a competere per dimensioni con quelli che allora erano i lettori MP3 più performanti pur costruendo il player musicale intorno a un hard drive contenente vari GB di memoria;
3. una strategia di marketing che, sfruttando il carisma del marchio Apple, la posizionava senza mezzi termini come protagonista del mondo della musica: iconografia e colonne sonore delle sue campagne non avrebbero mai spezzato il filo rosso che la ricongiungeva alla controcultura degli anni ’60 e ’70, coniugando il meglio della scena di San Francisco e del Fillmore con quella della Silicon Valley;
4. la semplicità dell’idea e del prodotto.
Quest’ultima aveva a sua volta importanti risvolti tanto sul piano tecnico e progettuale, grazie al Firewire (col cavo unico per sincronizzazione e ricarica dell’iPod), quanto su quello economico: il prezzo dei brani, unificato a 99 centesimi di dollaro, non abbastanza per fare margini ma fondamentale per fare di un loss leader (il singolo digitale) il migliore alleato della cash cow (l’iPod). Seguirono (e, in misura più contenuta, continuano tuttora) revisioni, migliorie, avvicendamenti di modelli, alternanza di colori e forme, introduzione di Mini e Nano e Shuffle. Ciò che resta è un prodotto che, pur essendo spesso finito dietro a concorrenti nelle classifiche della critica specializzata in tecnologia, ha cambiato per sempre l’approccio del consumatore alla mobilità e le sorti di un’azienda, la Apple, che non solo si è trasformata in music company, ma recita da anni il ruolo del dominus dell’industria: maggior retailer digitale del pianeta con azioni che hanno guadagnato circa il 9.000% in un decennio. Alle sue spalle, una visione semplice: “La musica fa parte della vita di chiunque di noi: c’è da sempre e ci sarà sempre. Non è un mercato speculativo. E siccome fa parte della vita di tutti, è un mercato con un target molto esteso, non conosce confini”.
(anche se, per ragioni emotive, in questi giorni affiora la tentazione di attribuire più importanza a un’altra frase di Steve Jobs, bella per il pubblico e beffarda per gli analisti che gli chiedevano conto della svolta epocale che stava imprimendo a Apple: “Perché la musica? Ma perché amiamo la musica, ed è sempre bello fare qualcosa che si ama..”).
(gdc)