Star Academy e X Factor USA, la crisi dei talent: parla Matteo Becucci

Star Academy e X Factor USA, la crisi dei talent: parla Matteo Becucci

Pochi, in Italia, hanno beneficiato di un talent show televisivo come lui: Matteo Becucci, vincitore della seconda edizione di X Factor, confessa di non avere un'idea precisa del perché i reality musicali stiano attraversando un momento così critico. Un'opinione in proposito, però, ce l'ha. "Su X Factor USA non posso pronunciarmi, non avevdolo mai visto, e anche di Star Academy, avendo seguito solo la prima puntata, non credo di essere in grado di fare un'analisi approfondita. Da quello che ho visto io, però, credo che ad indispettire i telespettatori sia stata la poca attenzione prestata ai concorrenti. Quando feci io X Factor l'aspetto competitivo e musicale era quello centrale dello show, mentre - almeno da quello che ho avuto modo di vedere - in Star Academy i talenti in gara avevano una posizione molto più defilata. Poi c'è un'altra cosa da considerare: giudici e tutor troppo conosciuti rischiano di gettare ombra sul concorrente, catalizzando da soli tutta l'attenzione del telespettatore". Una concomitanza di fattori, quindi? "Sì, ai quali si deve aggiungere quello dell'effettiva validità dei concorrenti. L'edizione di X Factor alla quale partecipai io aveva un cast molto forte, ricco di personalità di spicco, mentre quella successiva, vinta poi da Mengoni, non aveva espresso una concorrenza particolarmente agguerrita, lasciando a Marco il ruolo da favorito già dalle prime puntate". Resta il fatto dell'interruzione di un idillio che sembrava legare indissolubilmente il format al gran parte della platea televisiva... "Potrebbe non essere causa solo degli autori: forse la crisi dei talent è da collegare alla crisi generale del comparto discografico. Nel nostro Paese c'è poca cultura musicale, basti pensare allo scarso utilizzo delle piattaforma di download legale e alla leggerezza col la quale un parte del pubblico - ricorrendo a materiale non autorizzato in Rete - danneggia l'intera industria di settore. A fronte di un interesse così scarso, difficile immaginare che la gente possa appassionarsi a spettacoli come i talent show, se poi nella vita di tutti i giorni tiene una condotta del genere...". Matteo Becucci è uno spettatore di reality musicali? "Sinceramente no. Quando mi presentai al primo provino di X Factor fui costretto ad ammettere, durante la prima audizione, di non averne mai visto uno. Nei talent vedo più l'opportunità che non lo spettacolo in sè: fu un'amica a convincermi a prendere parte alle audizioni, e ci andai senza troppe aspettative. Avevo già 38 anni, e una carriera comunque già avviata: pensavo di non aderire al profilo del partecipante tipo. Poi è successo quello che è successo...". Non sono pochi, specie tra le vecchie glorie della canzone (italiana e non), a criticare i talent show, visti spesso come scorciatoia per il successo ideale per saltare una lunga e inevitabile gavetta... "Sì, è vero. Il rischio è che format del genere proiettino su palchi troppo grossi giovani non ancora preparati per salti del genere. E non parlo tanto dell'aspetto artistico della faccenda, quanto più che altro di quello umano. Un'esperienza del genere senza lieto fine può bruciare una personalità non ancora formata, magari portando ad un abbandono definitivo della musica. Io stesso, che iniziai a diciotto anni, se fossi stato bocciato ad un reality ad inizio carriera, avrei preso in considerazione l'idea di appendere il microfono al chiodo. E' anche vero che viviamo in un mondo che va estremamente veloce, e l'idea di partecipare ad uno show - specie visto il periodo che stiamo vivendo - è un'idea molto seducente, specie per chi è alle prime armi e non sa come muoversi. Non sono tutti come Cesare Cremonini, che è emerso con le sue forze grazie a una hit giovanissimo per poi diventare un autore di primissimo lignaggio... ll talent rimane in ogni caso un'arma a doppio taglio". Il reality mira più sui performer che sugli autori, però... "Sì, ma non credo sia colpa della televisione. Per dire, perché in radio non si sentono più i cantautori, quelli veri, come De Gregori e Dalla? Della pochezza dilagante paghiamo tutti le conseguenze: ovvio che inseguendo un modello si tenda ad attestarsi su certi standard, ovunque, anche nei format televisivi musicali...".
 

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