Radiohead a Milano: Rockol racconta "a caldo" il concerto di martedì sera al Palavobis

Radiohead a Milano: Rockol racconta "a caldo" il concerto di martedì sera al Palavobis
"Salve, noi siamo i Radiohead, piacere di conoscervi". E non ci sarebbe niente di strano, se non fosse che il saluto al folto pubblico di Milano è arrivato da Tom Yorke soltanto al sesto bis: per il resto del concerto, il cantante ha rivolto al pubblico le seguenti ispirate frasi: "Alright" (due volte); "Ok, this is the next song"; "Ha. Ha. Ha. Ha."; "You wanna hear it? Ok" (senza specificare il nome del brano). "Goodnight". I concerti sono sempre associati a una sorta di magia: è quanto si vuole credere - o far credere. Tuttavia, anche chi ne ha visti parecchi non può fare a meno di notare una certa qualità dell’atmosfera, la palpabile sensazione di essere nel posto giusto al momento giusto ad ascoltare il concerto giusto. Quello che molti si attendevano dal concerto dei Radiohead era un evento, un concerto di cui riparlare tra 10 anni dicendo "io c’ero", la prova che i 5 giovanotti sono la "next big thing" e si trovano attualmente nello stesso stato di "rampa di lancio" degli U2 prima di "Under a blood red sky" o dei Police dell’81, tanto per fare due esempi. Con puntualità elvetica, "Lucky" ha dato il via al concerto alle 21 esatte. La triste acustica del tanto esecrato Palavobis sembrava far gioco alle evoluzioni sonore del gruppo, che a differenza della maggior parte degli artisti rock - che tendono a dilatare le loro composizioni dal vivo - nell’esecuzione "live" presenta una qualità musicale più nitida rispetto a certi toni rarefatti udibili su album. Una minore liquidità che forse è andata a scapito di pezzi come "Let down", ma che ha esaltato ad esempio "Paranoid android". In uno show in cui l’istrionismo tocca i minimi storici, le luci sembrano giocare un ruolo molto importante. Il folto pubblico (quasi tutti universitari, sembrava di trovarsi in un’aula magna) comunque era ben disposto, pure troppo. L’abitudine di tenere il tempo battendo le mani o cantare i ritornelli baglionianamente cozzava contro il feroce minimalismo scenico dei cinque inglesi, i quali sembravano rifarsi alle scene del concerto in "Strange days" (o, per i meno giovani, di "Blow up"). Il gruppo ha eseguito praticamente tutto "Ok computer" (e ci mancherebbe), con otto bis per un totale di un’ora e cinquantacinque di musica, in cui non sono mancate "Creep" e i pezzi più significativi dei primi due dischi, fino alla conclusione con "The tourist". E allora, l’interrogativo iniziale: sono o non sono la "next big thing"? Può darsi; tuttavia, perlomeno in un concerto, è difficile fare i conti con tanta insostenibile malinconia e con la completa rinuncia a una certa fisicità emozionale. Per mantenere il parallelo con U2 e Police, un Bono o uno Sting catalizzatore hanno pur sempre il loro bel perché in un gruppo che vuole andare al di là del "cult". Comunque è assai probabile che i Radiohead siano tra quei gruppi pronti a prendere per mano il rock, affrancarlo dai suoi mille gloriosi cinquantenni, e traghettarlo nel nuovo millennio. E’ uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pur farlo.
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