HitWeek 2011, ultima tappa a Miami: i concerti di Subsonica e Casino Royale

Si chiude con una dedica  "ai cervelli in fuga" l'ultima serata di HitWeek 2011. Una dedica che Samuel dei Subsonica rivolge ai tanti italiani assiepati sotto il palco del Grand Central di Miami, ma non solo.

Rintracciare un filo conduttore in quanto successo nell'ultima settimana è difficile, tanti sono gli spunti offerti. Ci prova Max Casacci, pochi attimi prima di salire sulla ribalta: "Eravamo a New York", ci racconta, "E sotto il palco, durante il nostro set, ho visto due ragazzi mulatti, sicuramente newyorchesi, cantare a memoria le nostre canzoni. Incuriosito, ho mandato un'amica a indagare, per invitarli nel backstage dopo il concerto. Loro sono arrivati, emozionatissimi, e ci hanno detto di suonare in una coverband dei Subsonica a New York. Una band che suona le nostre canzoni nata a Brooklyn...". Vedere rock band italiane far ballare e cantare all'estero, quindi, un domani potrebbe non fare più notizia? "Non saprei rispondere a questa domanda. Di certo lo spirito di HitWeek è quello di esportare band e artisti che cantino in italiano. Non per discriminare gli altri, perché cantare in inglese e proporsi da subito come artista internazionale è una scelta più che rispettabile, che se avessi vent'anni oggi probabilmente prenderei in seria considerazione. Nel caso, però, si tratterebbe di inseguire un modello già esistente, con tutti i rischi - quello dell'apparire derivativi, o copie malriuscite di modelli preesistenti, per esempio - del caso. Cantare in italiano presuppone una grande responsabilità, e la sfida è proprio questa. Noi abbiamo già dimostrato di saperci far valere a livello mondiale: penso ai Bloody Beetroots, per fare un esempio molto recente. Quello che ci manca, ancora, è imporci per quello che siamo, linguisticamente parlando. Abbiamo davanti esempi di band che cantano in una lingua che non sia l'inglese - i Mano Negra, per citarne una - o addirittura band che non cantano in nessuna lingua - gli ultimi Sigur Ròs - e che non hanno problemi a presentarsi credibilmente sul mercato internazionale. Loro, d'altra parte, provengono da un ambiente più avvezzo al cosmopolitismo. Noi da questo punto di vista dobbiamo ancora fare passi avanti, ma da quello che ho visto e sentito in questi giorni un'evoluzione è sicuramente possibile. Adesso non rimane che scommettere sul futuro e darsi da fare". HitWeek l'anno prossimo dirigerà alla volta della Cina... "E se dovesse arrivare la chiamata, noi risponderemo. La musica è un linguaggio universale capace di aprire tutte le porte: non ci rimane che usarla".

Così torniamo al Grand Central, un ex magazzino ai margini del centro, un quarto d'ora di macchina da dove morì Bob Marley e a un'ora di aereo da dove venne fondata la Tuff Gong. HitWeek, per l'occasione, si gioca le migliori carte che in una situazione del genere ci si possa giocare. I Casino Royale - per i quali questo concerto ha significati che vanno ben oltre la fine di una settimana bella ma difficilissima - salgono sul palco in una veste che più "combat" non si può: Alioscia e Michele sfoggiano un basco in testa che neanche Joe Strummer e Mick Jones dei tempi migliori, accompagnato da un allestimento "militare" della backline che completa il tutto. Dopo un soundcheck piuttosto avventuroso ed un paio di pezzi, in apertura, necessari a prendere le misure del caso, i nostri riescono comunque a prendere il toro per le corna imbastendo un set impeccabile:
bassi profondissimi, casse triggerate e rullanti con riverberi lunghi si tengono sufficientemente lontani dagli stereotipi dub/reggae, riuscendo a creare atmosfera senza ricorrere a scorciatoie o espedienti facili. Si citano i Liquid Liquid di "Cavern", ma si reinventa in maniera convincente i classici - "Sempre più vicino", "Io rifletto" - senza correre il rischio di scadere nel revival. Il risultato? Una band con venticinque anni di carriera - e che carriera - alle spalle con ancora la voglia di mettersi in discussione stimolando il pubblico che ha ricevuto in cambio - per essersi mosso sotto una quasi tempesta tropicale - uno spettacolo degno da Hammersmith Palais stracolmo.

I Subsonica salgono sul palco con la tranquillità di chi sa esattamente cosa fare. Scaletta calibrata al millimetro, interazione col pubblico costante, il gruppo di Samuel non fa altro che confermare la fama (meritata) di live band di primissimo livello: molta autoironia - tra le altre cose sul proprio back catalogue, con un gustoso sing-along che ci auguriamo qualcuno piazzi su qualche piattaforma di video-sharing - accompagna un set che alterna episodi recenti a classicissimi (accolti con l'immancabile boato, a dimostrazione - come accennava Casacci - che la fama dei cavalli di battaglia ha anticipato persino HitWeek) come "Tutti i miei sbagli", "Colpo di pistola" e "Nuvole rapide", senza farsi mancare citazioni - sapientemente medleyzzate nel repertorio originale - da Battiato ("Up patriots to arms") e CCCP ("Io sto bene"). Il rischio poteva essere - viste le dimensioni del Grand Central, piuttosto ridotte rispetto a quelle dei locali che ospitano abitualmente gli show della band piemontese - quello di replicare in minore un canovaccio pensato (e già ampiamente collaudato) su spazi più grandi: i Subsonica, con una grande dose di carattere, sono  riusciti a dribblarlo con classe, non lasciandosi intimorire dalla scarsità di metri quadri e comprimento in un set necessariamente ridotto (anche temporalmente) tutto ciò che li ha resi una delle live band più apprezzate nella Penisola.

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