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Hitweek 2011, ultima tappa a Miami: parla Enzo Mazza (FIMI)

La discografia, come in occasione delle passate edizioni, segue molto da vicino e con molto interesse HitWeek: a rappresentare l'industria del disco, nel corso della trasferta oltreoceano prossima alla conclusione, è stato Enzo Mazza, presidente della FIMI, associazione di categoria delle etichette italiane.

"L'obbiettivo è promuovere scene alternative a quella mainstream già affermata a livello mondiale, per dare un quadro più ampio di quelli che siano i talenti nazionali in generi diversi", ci racconta, introducendo l'aspetto "industriale" della spedizione negli USA: "Gli Stati Uniti, come primo mercato discografico mondiale, sono stati l'inevitabile primo approdo, anche se - proprio con questa tappa a Miami, sorta di finestra sull'immenso mondo latino - tutti i Paesi sono potenzialmente appettibili. L'Italia, sotto il profilo di repertorio legato alla nazionalità, è il terzo mercato esportatore al mondo: al momento, però l'offerta non è ancora strutturata, perché non supportata da un sistema Paese che ne permetta la diffusione. Il Regno Unito e la Francia, da questo punto di vista, hanno fatto dei grandissimi sforzi: l'Italia, sotto questo profilo, ha sempre fatto operazioni legate al cibo, alla moda, e ad altri comparti industriali, ma la musica è sempre rimasta all'angolo". Questo può essere un buon inizio, quindi? "Nell'esperienza di HitWeek ci sono aspetti sicuramente positivi che però, come dicevo prima, vanno strutturati affinché diventino efficaci e continuativi: non si può pensare che un artista sfondi negli USA o in qualsiasi altro Paese semplicemente organizzando una tournée. E' necessario che intorno venga imbastita un'operazione promozionale. Quest'anno, per mancanza di fondi, abbiamo dovuto rinunciare agli incontri con gli operatori - pur riuscendo a salvare, grazie a Francesco Del Maro, la parte musicale della manifestazione -, una parte molto importante dell'operazione, perché proprio grazie ai contatti con gli addetti ai lavori un nome o una scena inizia ad acquistare popolarità. A Miami avremmo potuto anche interagire con operatori attivi in Sudamerica, un mercato estremamente interessante per noi, e questa mancanza andrà sicuramente recuperata il prossimo anno". A questo punto, lecito domandarsi chi debba darsi da fare primo. E il pensiero, inevitabilmente, corre alle case discografiche: le label stanno facendo abbastanza - pur in un momento difficile come questo, finanziariamente parlando - per sbarcare sul mercato estero? "L'industria musicale farebbe bene a gettarsi in operazioni del genere. Del resto gli esempi, anche in altri comparti, non mancano: proprio in un momento di crisi in cui i mercati sono sempre più piccoli e le difficoltà sui mercati interni sono sempre più grandi l'unica via di salvezza è l'esportazione. Essendo l'Italia in recessione evidente, è chiaro che se ci sono alternative queste si trovano sui mercati internazionali. Occorrerebbe sicuramente più coraggio, da parte delle aziende. Nessuno dice che non ci siano possibilità, bisogna creare un sistema dietro a queste possibilità perché poi ci siano degli sviluppi. I francesi ci hanno messo vent'anni per far conoscere la loro musica in modo diverso dal nostro: forse loro non hanno la produzione e il repertorio che noi siamo stati capaci di creare, ma grazie alle loro politiche sono riusciti comunque a creare un sistema stabile". Che futuro ci si aspetta, per le prossime edizioni di HitWeek? "L'esperienza è stata positiva, e ci sono i presupposti perché si organizzino ulteriori interventi anche su altri mercati: abbiamo ricevuto un grande apprezzanemento a livello istituzionale proprio perché - in Italia - sulla musica non erano mai state organizzate operazioni del genere. Certo, adesso servono fondi e sponsor che ci permettano di crescere, ma i test sono stati sicuramente positivi. Detto brutalmente, HitWeek è un carotaggio che ha dimostrato come sotto ci sia qualcosa. Adesso bisogna solo andare avanti con gli scavi.".
 

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