Termine scaduto, Napster in ritardo:
'Colpa delle case discografiche'

I discografici tacciono, il sito californiano contrattacca. Scaduto nella notte di mercoledì 14 marzo il termine concesso dal giudice per cancellare dalle liste di Napster le prime 135.000 canzoni indicate dalle major (vedi news), il lavoro di filtro sul materiale “pirata” presente sul sito prosegue ora dopo ora, per il momento senza particolari scossoni. Quel che è certo è che, com'era prevedibile, l'obiettivo di eliminare tutti i file incriminati nei tempi previsti non è stato raggiunto. Ciò malgrado, le major discografiche, rappresentate dall'associazione di categoria RIAA, non hanno ritenuto opportuno prendere per il momento ulteriori provvedimenti: sembra probabile che gli avvocati abbiano consigliato loro di restare ferme in attesa di vedere come Napster si comporterà nei prossimi giorni, di fronte ai nuovi elenchi di canzoni di cui viene richiesta la rimozione dalle directory. Se i risultati non dovessero essere ritenuti soddisfacenti, potrebbe poi scattare la richiesta al giudice federale di un'ordinanza definitiva di chiusura del sito.
L'amministratore delegato di Napster, Hank Barry, ha fatto sapere che circa sei milioni di file MP3, corrispondenti a 26.000 canzoni, sono stati finora individuati e rimossi dal sito, mentre altri due milioni dovrebbero essere cancellati dalle sue liste entro una settimana. Alcune delle hit del momento (come “Stan” di Eminem, per esempio) non risultavano effettivamente più scaricabili da Napster nella giornata di mercoledì: ma il sito avrebbe potuto fare molto di meglio, secondo Barry, se le case discografiche avessero trasmesso informazioni complete, indicando con precisione i file da eliminare dal sistema, e non solo elenchi di canzoni e nomi di artisti. Nei giorni scorsi, i portavoce di Napster si erano già lamentati del fatto che molti dei 135.000 titoli trasmessi dall'industria contenessero errori o doppioni, citando ad esempio la Sony, che da sola avrebbe inoltrato una lista di 95.000 brani musicali senza dare, in quasi la metà dei casi, elementi sufficienti al riconoscimento. Barry ha richiesto di conseguenza l'intervento di un giudice, per dirimere la questione e indicare a chi tocchi identificare con precisione i file da rimuovere dal sistema.
In soccorso di Napster è arrivata intanto la decisione del numero uno di Aimster, John Deep, di cancellare dalla rete il “Pig Encoder”, il programma in “latino maccheronico” che anagrammava i nomi dei file impedendone il riconoscimento (quello per cui il nome Eminem veniva mascherato, ad esempio, sotto la sigla minemE, vedi news). “Su richiesta di Napster, abbiamo tolto il software dal nostro sito Web. Lo abbiamo fatto per rispettare gli sforzi del sito di mantenere in funzione il servizio nel modo che ritiene più opportuno per i suoi utenti”, ha detto Deep, aggiungendo però che la sua società non può ritenersi responsabile della ulteriore diffusione del programma attraverso i servizi di instant messaging usati dai suoi utenti, né della decisione di questi ultimi di caricarli su siti Web che gestiscono in prima persona. Intanto, però, in rete ha fatto la sua comparsa un altro programma analogo sviluppato da una ditta canadese, PulseNewMedia, a dimostrazione del fatto che le vie per eludere i “posti di blocco” inseriti dai tecnici di Napster sembrano infinite. Lo ha ammesso lo stesso Barry, ribadendo che l'unico modo certo di bloccare la diffusione di file non autorizzati sarebbe quello di chiudere il servizio. In un rapporto compilato nella giornata di mercoledì per rendere conto dello stato delle cose, intanto, il numero uno di Napster ha fatto sapere che il monitoraggio del sito è già costato 2.700 ore di lavoro e 150.000 dollari in retribuzioni alla società. Con 12 persone impiegate a tempo pieno, Barry prevede che, ad opera ultimata (se mai lo sarà…) l'attività di “polizia” esercitata sul sito verrà a costare a Napster quasi un milione di dollari.
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