Si è chiuso martedì 21 il Salone della Musica di Torino: un successo o un passo falso?

A forza di evocarne lo spirito, gli organizzatori e gli operatori dell’industria musicale riuniti a Torino per la seconda edizione del Salone della Musica sono riusciti in un’impresa che sembrava disperata nei giorni caldi della crisi di governo: martedì, giornata conclusiva della kermesse, si è materializzata finalmente tra i padiglioni del Lingotto la sagoma del vicepresidente del Consiglio Walter Veltroni.

Proprio lui, l’immagine simbolo della politica culturale del governo Prodi, il bersaglio predestinato delle mille invocazioni, suppliche, appelli (e maledizioni) che si sono accavallate tra le sale conferenze e gli stand degli ex stabilimenti Fiat nel corso della sei giorni torinese. Basterà questa apparizione a portare in attivo il bilancio della manifestazione? Chissà: certo è che al di là delle trionfalistiche cifre ufficiali diffuse dall’organizzazione (che assicurano il superamento delle 165 mila presenze complessive del ‘96) gli addetti ai lavori non sembrano in preda all’euforia che aveva caratterizzato la chiusura dell’edizione dello scorso anno. Perché se anche il pubblico è stato più numeroso (un dato contraddetto tuttavia dalle impressioni visive di molti fra i presenti) non sono mancate le perplessità sulla effettiva validità della formula. Tanto che non pochi espositori stanno già valutando se sia il caso o no di confermare la loro partecipazione anche per il ‘98. Le etichette presenti, soprattutto le major multinazionali, confermano un calo consistente delle vendite - spesso affidate in appalto a rivenditori locali -, e fanno i conti con le spese d’affitto degli spazi e il costo elevato degli allestimenti (l’investimento per le aziende maggiori è stato nell’ordine di qualche centinaio di milioni, se si considerano anche le spese alberghiere, i pasti, i costi di trasporto, ecc.). Ma se puntare sugli aspetti fieristico-commerciali della manifestazione non sembra avere prodotto i risultati sperati, anche i momenti congressuali, le tavole rotonde e i seminari sono stati complessivamente di qualità inferiore alle attese: troppa improvvisazione, troppi appuntamenti monopolizzati da testate "amiche", troppi dibattiti trasformati in spot promozionali a uso e consumo di case discografiche, artisti e marchi sponsorizzatori. Ultima nota stonata, le dimissioni annunciate del direttore operativo del salone, Paolo Verri, che il prossimo anno abbandonerà la tolda di comando per dedicarsi ad altri impegni (è stato cooptato dall’associazione italiana degli editori come assistente alla presidenza). Veniamo alle note positive: qualche isolato concerto in un cartellone in verità meno stimolante di quello dell’anno precedente, gli incontri tra artisti e studenti, la disponibilità del grande vecchio Robert Wyatt, il curioso happening musical-accademico dedicato a Frank Zappa con Elio e le Storie Tese nel ruolo di mattatori. Oltre alla possibilità, per tutto il mondo musicale, di fare quadrato contro l’ "emergenza" musica, di contarsi e di mostrare una volta tanto la faccia al pubblico dei consumatori. Un po’ poco, secondo la maggioranza dei presenti. Ma non ce la sentiamo di condividere l’opinione di chi, cavalcando il proclama lanciato da Mike Bongiorno sugli schermi Mediaset, propone come panacea il trasferimento della rassegna a Milano, capitale riconosciuta della musica. Né ci sentiamo di mettere in discussione (al di là di qualche rigidità "svizzera" francamente eccessiva) la bontà dell’organizzazione guidata da Guido Accornero, che vanta nel carnet i successi indiscutibili del Salone del libro e una struttura invidiabile come il palazzo del Lingotto. Vedremo se l’anno prossimo l’annunciata internazionalizzazione della manifestazione produrrà effetti positivi. Per il momento, il Salone resta un progetto irrisolto, un’occasione riuscita solo a metà. Ma i suoi difetti, in fondo, non fanno altro che rispecchiare quelli dell’industria musicale che lo ha messo in piedi. E che mai come in questi giorni, se ci passate la metafora automobilistica, ci è parsa simile a un vecchio motore balbettante. Un motore che finisce spesso per girare, fragorosamente, a vuoto. .

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