dEUS: 'Il nostro nuovo disco è come un film'

dEUS: 'Il nostro nuovo disco è come un film'

Tornano in Italia a dicembre, i dEUS, sulle ali di un disco melodico, suggestivo ed evocatico come "Keep you close", uno dei migliori della loro carriera. La critica indie rock più snob li ha già sostituiti da tempo con nuovi beniamini, ma da noi sono di casa e hanno un seguito fedele: l'ultima, recente apparizione risale a fine luglio, con due concerti a Giovinazzo (Bari) e a Grugliasco (Torino). "Un bel concerto", ricorda il batterista Stéphane Misseghers, "anche se travagliato da grossi problemi tecnici. E' stata una giornata piuttosto stressante, perché un sintetizzatore non ne ha voluto sapere di funzionare fino a 50 minuti prima dello show. Per fortuna a Torino abbiamo parecchi amici e ci siamo divertiti". Tom Barman, frontman del gruppo e autore principale delle canzoni, parla del nuovo disco (che esce domani, martedì 20 settembre) come di una reazione alla immediatezza un po' brusca del precedente "Vantage point". Concorda, Misseghers? "Sì. Non che fosse un brutto disco, 'Vantage point', ma mai nella storia dei dEUS avevamo fatto un disco così esplicito e diretto, concepito quasi come una raccolta di singoli. 'Keep you close' ha un suono più caldo, contiene brani più lunghi, ha un'atmosfera molto più romantica e cinematografica. Ci sono solo nove canzoni perché abbiamo avuto l'impressione che bastassero a raccontare la storia di un disco che scorre dall'inizio alla fine come un flusso organico. In 'Vantage point' le canzoni erano buone ma non avevano un filo conduttore. 'Keep you close' invece è come una catena di emozioni forti: per la prima volta, in 'The final blast', Tom ha scritto di sua madre, altrove il disco parla di relazioni andate a male, di amore irraggiungibile; sentimenti romantici che stendono una specie di coperta su tutto l'album. E' un disco omogeneo perché è il frutto di una band omogenea. Non è che ci abbiamo messo otto anni a capire il ruolo di ognuno di noi e come far funzionare le cose al meglio. Ma stavolta l'atmosfera era quella giusta: e quando il clima è buono ne esce sempre del materiale migliore. Ci siamo divertiti, abbiamo riso e qualche volta anche litigato, come succede in tutte le migliori famiglie". Producendo anche esiti abbastanza sorprendenti, come la lunga coda strumentale che chiude "Easy" e l'album... "E' stata la penultima canzone che abbiamo registrato", rivela Stéphane. "Era nata come una jam ma non durava più di due minuti. Non era sufficiente, così abbiamo chiesto a Mauro (Pawlowski, chitarrista) di scrivere una outro: il giorno dopo è arrivato in studio con la partitura completa di violini. Mauro è stato fondamentale anche in brani come 'Keep you close', anch'essa molto cinematografica. 'Easy' è stato il pezzo più complicato da realizzare, ma alla fine ci abbiamo messo solo due giorni". Un disco veloce da registrare, allora? "No, niente affatto. Avendo un nostro studio di registrazione, ora ci possiamo permettere di passare più tempo a sperimentare e a provare soluzioni diverse. Il che è un vantaggio, sì, ma ha anche i suoi risvolti negativi: avere limitazioni di tempo e delle scadenze da rispettare non è sempre un male. Noi delle scadenze ce le eravamo fissate, ma non le abbiamo rispettate posticipando l'uscita dell'album prima di sei mesi, poi di altri tre o quattro. Ci abbiamo messo parecchio tempo a decidere quante canzoni dovessero finire sul disco. Abbiamo scritto prima la musica, che ha influenzato la scrittura dei testi: Tom ci ha speso molto tempo, e per lui non è stata una cosa facile. Fino a due o tre settimane prima del missaggio non eravamo neppure arrivati a una tracklist definitiva, abbiamo aggiunto due o tre canzoni all'ultimo momento proprio per rendere l'album coerente a livello testuale e musicale. Per un certo periodo, avendo 35 o 40 pezzi tra cui scegliere, avevamo pensato di pubblicare un doppio: un disco con le canzoni più rock e più dure, l'altro con quelle più soffici e pop. Ma diventava ancora più complicato rispettare i tempi e uscire a settembre. Era importante, perché se pubblichi un disco in un altro periodo, ad esempio appena prima dell'estate, rischi di perdere gli ingaggi per i festival estivi che le agenzie di booking programmano nei primi mesi dell'anno. Abbiamo spostato l'album di sei mesi, facendolo uscire a settembre, per poter prolungare la campagna promozionale e avere la possibilità di andare in tour più a lungo. In questo modo la macchina del marketing può funzionare a pieno regime". Che fine hanno fatto le altre canzoni? "Il piano è di pubblicare due Ep, uno con i brani più soft e l'altro con materiale più improvvisato, più spontaneo e meno strutturato" spiega Messeghers, che racconta la volontà dei dEUS di tornare in qualche modo all'approccio degli esordi (quando lui, Pawloski e il bassista Alan Gevaert non erano ancora in formazione: Barman e il tastierista/violinista Klaas Janzoons, infatti, sono gli unici sopravvissuti della prima line-up): "Ho voluto suonare di meno, stavolta, per lasciare più respiro agli arrangiamenti. L'atmosfera cinematografica del disco è emersa chiaramente dalle prime session, e così mi sono messo ad ascoltare Ennio Morricone, John Barry, Henry Mancini. Tutti noi abbiamo prestato molta attenzione al tessuto sonoro della musica. Non volevamo incidere canzoni brevi che ti fanno schioccare le dita. Non è una cosa nuova, perché anche i primi due dischi dei dEUS, 'In a bar, under the sea', in particolare, erano caratterizzati da molti spazi vuoti che conferivano alle canzoni un senso di grandeur".

    Tornano in Italia a dicembre, i dEUS, sulle ali di un disco melodico, suggestivo ed evocatico come "Keep you close", uno dei migliori della loro carriera. La critica indie rock più snob li ha già sostituiti da tempo con nuovi beniamini, ma da noi sono di casa e hanno un seguito fedele: l'ultima, recente apparizione risale a fine luglio, con due concerti a Giovinazzo (Bari) e a Grugliasco (Torino). "Un bel concerto", ricorda il batterista Stéphane Misseghers, "anche se travagliato da grossi problemi tecnici. E' stata una giornata piuttosto stressante, perché un sintetizzatore non ne ha voluto sapere di funzionare fino a 50 minuti prima dello show. Per fortuna a Torino abbiamo parecchi amici e ci siamo divertiti". Tom Barman, frontman del gruppo e autore principale delle canzoni, parla del nuovo disco (che esce domani, martedì 20 settembre) come di una reazione alla immediatezza un po' brusca del precedente "Vantage point". Concorda, Misseghers? "Sì. Non che fosse un brutto disco, 'Vantage point', ma mai nella storia dei dEUS avevamo fatto un disco così esplicito e diretto, concepito quasi come una raccolta di singoli. 'Keep you close' ha un suono più caldo, contiene brani più lunghi, ha un'atmosfera molto più romantica e cinematografica. Ci sono solo nove canzoni perché abbiamo avuto l'impressione che bastassero a raccontare la storia di un disco che scorre dall'inizio alla fine come un flusso organico. In 'Vantage point' le canzoni erano buone ma non avevano un filo conduttore. 'Keep you close' invece è come una catena di emozioni forti: per la prima volta, in 'The final blast', Tom ha scritto di sua madre, altrove il disco parla di relazioni andate a male, di amore irraggiungibile; sentimenti romantici che stendono una specie di coperta su tutto l'album. E' un disco omogeneo perché è il frutto di una band omogenea. Non è che ci abbiamo messo otto anni a capire il ruolo di ognuno di noi e come far funzionare le cose al meglio. Ma stavolta l'atmosfera era quella giusta: e quando il clima è buono ne esce sempre del materiale migliore. Ci siamo divertiti, abbiamo riso e qualche volta anche litigato, come succede in tutte le migliori famiglie". Producendo anche esiti abbastanza sorprendenti, come la lunga coda strumentale che chiude "Easy" e l'album... "E' stata la penultima canzone che abbiamo registrato", rivela Stéphane. "Era nata come una jam ma non durava più di due minuti. Non era sufficiente, così abbiamo chiesto a Mauro (Pawlowski, chitarrista) di scrivere una outro: il giorno dopo è arrivato in studio con la partitura completa di violini. Mauro è stato fondamentale anche in brani come 'Keep you close', anch'essa molto cinematografica. 'Easy' è stato il pezzo più complicato da realizzare, ma alla fine ci abbiamo messo solo due giorni". Un disco veloce da registrare, allora? "No, niente affatto. Avendo un nostro studio di registrazione, ora ci possiamo permettere di passare più tempo a sperimentare e a provare soluzioni diverse. Il che è un vantaggio, sì, ma ha anche i suoi risvolti negativi: avere limitazioni di tempo e delle scadenze da rispettare non è sempre un male. Noi delle scadenze ce le eravamo fissate, ma non le abbiamo rispettate posticipando l'uscita dell'album prima di sei mesi, poi di altri tre o quattro. Ci abbiamo messo parecchio tempo a decidere quante canzoni dovessero finire sul disco. Abbiamo scritto prima la musica, che ha influenzato la scrittura dei testi: Tom ci ha speso molto tempo, e per lui non è stata una cosa facile. Fino a due o tre settimane prima del missaggio non eravamo neppure arrivati a una tracklist definitiva, abbiamo aggiunto due o tre canzoni all'ultimo momento proprio per rendere l'album coerente a livello testuale e musicale. Per un certo periodo, avendo 35 o 40 pezzi tra cui scegliere, avevamo pensato di pubblicare un doppio: un disco con le canzoni più rock e più dure, l'altro con quelle più soffici e pop. Ma diventava ancora più complicato rispettare i tempi e uscire a settembre. Era importante, perché se pubblichi un disco in un altro periodo, ad esempio appena prima dell'estate, rischi di perdere gli ingaggi per i festival estivi che le agenzie di booking programmano nei primi mesi dell'anno. Abbiamo spostato l'album di sei mesi, facendolo uscire a settembre, per poter prolungare la campagna promozionale e avere la possibilità di andare in tour più a lungo. In questo modo la macchina del marketing può funzionare a pieno regime". Che fine hanno fatto le altre canzoni? "Il piano è di pubblicare due Ep, uno con i brani più soft e l'altro con materiale più improvvisato, più spontaneo e meno strutturato" spiega Messeghers, che racconta la volontà dei dEUS di tornare in qualche modo all'approccio degli esordi (quando lui, Pawloski e il bassista Alan Gevaert non erano ancora in formazione: Barman e il tastierista/violinista Klaas Janzoons, infatti, sono gli unici sopravvissuti della prima line-up): "Ho voluto suonare di meno, stavolta, per lasciare più respiro agli arrangiamenti. L'atmosfera cinematografica del disco è emersa chiaramente dalle prime session, e così mi sono messo ad ascoltare Ennio Morricone, John Barry, Henry Mancini. Tutti noi abbiamo prestato molta attenzione al tessuto sonoro della musica. Non volevamo incidere canzoni brevi che ti fanno schioccare le dita. Non è una cosa nuova, perché anche i primi due dischi dei dEUS, 'In a bar, under the sea', in particolare, erano caratterizzati da molti spazi vuoti che conferivano alle canzoni un senso di grandeur".

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