Concerti, F1 Rocks: il set dei Jamiroquai

Concerti, F1 Rocks: il set dei Jamiroquai

Avevano detto alle 22.00 e così è stato, né un minuto di più né uno di meno. Dopo un cambio di scena e un breve sound check - che a tratti ha estenuato il pubblico più impaziente - i Jamiroquai sono saliti sul palco. Prima la band poi, sventolando una bandiera della Ferrari, il frontman Jason "Jay" Kay e il suo ormai storico copricapo da capo indiano (il nome Jamiroquai deriva dalle parole "jam" e "iroquai", nome inglese delle tribù native americane Irochesi). E' "Rock dust light star" il brano che, oltre a dare il nome all'ultimo album della formazione, apre il concerto e le danze. Il tutto accompagnato dalle vorticose immagini riprese dall'alto della Terra. Il ritmo si fa decisamente più incalzante con "Main Vain", dove la voce di Jamiro è supportata dall'energia del soul delle tre coriste e dalla fida impronta jazz del trombettista in prima linea con il cantante. Siamo nel pieno di un viaggio a ritroso: con una pioggia di stelle sul megaschermo, la superhit "Cosmic girl" ci riporta diretti al 1996 e agli anni dell'album "Travelling without moving"; quando tutto questo funky - rock - acid- jazz (o come vogliamo chiamarlo) suonava così nuovo. Ora è come un ritorno a casa, che viene accolto più che bene dal pubblico. "It's a greate way to start a week end" ("Questo è un ottimo modo per iniziare un week end") sono le parole che usa Mr. Kay prima di tornare al suo funky con "High Times". Una menzione d'onore va fatta alle percussioni di Sola Akingbola che impreziosiscono il groove della band con sofisticati interventi ben studiati, affatto stucchevoli. Poi si passa alla dance anni Settanta, alle installazioni psichedeliche e alle sonorità elettroniche di "Little L". Il "cowboy dello spazio" continua la sua odissea nello spazio, appunto, volando sempre più alto e azzardando una versione rivisitata in modalità caraibica di "Canned Heat", che poi ritorna sui suoi binari originari e decisamente più trascinanti. Dopo questo incalzare di singoli, quelli che hanno contribuito a fare la storia dei Jamiroquai, la band prosegue con i brani che ne determineranno il futuro: "All good in the hood" e "Hey Floyd" sono tratti dall'ultimo disco della band e, forse per questo, accolti con meno entusiasmo. Ma, tra un accenno di reggae e un virtuosismo di basso, si può prendere un po' di fiato. Ritorno a bomba con "Feels just like it should", dove chitarre elettriche, batteria e synth collaborano a conferire un nota fortemente rock allo spettacolo. La scena cambia nuovamente con l'atmosfera raccolta che si crea con la versione voce e chitarra di "Love Foolosophy" che, però, non tarda a farsi riconoscere ritornando "nei suoi panni" funky, come l'avevamo lasciata nel 2001, tra le tracce di "A funky odyssey". Il finale del brano lascia spazio agli esercizi di stile dei singoli elementi della band: si prendono i loro meritati applausi, quelli che, forse un po' troppe volte, l'egocentrico Jay Kay si accaparra indebitamente.  Chi si aspettava la più che famosa "Virtual insanity" tornerà a casa deluso perché, al suo posto, sono state scelte (la meno inflazionata) "Travelling without moving" e "Alright", confezionate in un madley dal groove retrò, da film poliziesco anni '30. E per il gran finale (prima della pausa) "Deeper underground" grazie alla quale si rivivono gli scenari apocalittici, le atmosfere potenti e - non a caso - underground del film "Godzilla". Dopo un breve break la band torna sul palco con un ultimo pezzo: con il singolo "White knuckle ride". I Jamiroquai salutano il pubblico sudato e si congedano.

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