Artisti, case discografiche e proprietà dei master: come andrà a finire?

Album storici come  "Street legal" di Bob Dylan, "52nd Street" di Billy Joel, "Powerage" degli AC/DC,  "More songs about buildings and food" dei Talking Heads e il primo, omonimo, dei Van Halen (tutti usciti nel corso del 1978) potrebbero tornare di proprietà dei loro autori/interpreti a partire dal 2013. La norma inserita nel 1976 nella legge americana sul copyright e nota come "termination right" (si tratta in sostanza del diritto concesso agli artisti di farsi restituire i master delle proprie registrazioni fonografiche dopo 35 anni dalla publicazione dell'opera), di cui Rockol vi ha già riferito un paio di settimane fa, sta diventando una bomba ad orologeria dalle ricadute economiche potenzialmente vastissime (anche per quanto riguarda la valutazione finanziaria di società in vendita, come ad esempio la EMI). Tutte le maggiori testate specializzate e non, a partire dal New York Times, dedicano ampio spazio alla vicenda: soprattutto dopo che il deputato democratico del Michigan ed ex presidente del Judiciary Committee federale John Conyers Jr. si è mosso per far approvare un ulteriore aggiornamento legislativo che metta in chiaro i diritti degli artisti. "Per troppo tempo", sostiene Conyers, "il lavoro dei musicisti è stato utilizzato per produrre enormi profitti a vantaggio delle etichette discografiche, delle emittenti radio e di altri soggetti, senza un'equa redistribuzione a favore degli artisti". Opinione non condivisa, a quanto pare, dalla maggioranza dell'opposizione repubblicana, che controlla il Congresso e che gli insider danno più allineata con le posizioni delle major. Le quali, ovviamente, tutto desiderano meno che di vedersi sottrarre gradualmente il loro prezioso catalogo storico (che, nella prima metà del 2011, ha contribuito ancora per il 47 % ai loro fatturati). La Recording Industry Association of America (RIAA), che già nel '99 era riuscita a far emendare il testo di legge in favore delle case discografiche associate (provocando le ire di artisti come Don Henley e Sheryl Crow, le cui proteste produssero una rapida marcia indietro del legislatore ) sostiene che nella maggior parte dei casi il diritto non sarebbe esercitabile, dal momento che l'attività professionale svolta da autori, artisti e musicisti sarebbe equiparabile a un lavoro salariato e dipendente, reso allo scopo di realizzare "opere collettive o compilation create non da performer indipendenti ma da musicisti che, in sostanza, sono impiegati delle etichette". Tesi discussa e discutibile (secondo Henley il concetto di lavoro dipendente è applicabile alla produzione di libri e film, ma non a quella dei dischi), ma che apre la strada a uno scenario costellato di costose e annose liti in tribunale con il potenziale coinvolgimento della terza parte in causa, i produttori artistici dei dischi. Fatto sta che, secondo gli insider, diversi artisti e manager si sarebbero già mossi per farsi restituire i master (la domanda di preavviso va presentata almeno due anni prima dell'entrata in vigore del diritto), mentre le stesse major sembrano dividersi tra falchi, decisi a battagliare nelle aule dei tribunali, e colombe, timorose di un disastroso effetto boomerang e favorevoli alla ricerca di accordi compromissori che includano concessioni economiche più generose (in termini di anticipi e di royalty) agli artisti. Soluzione prospettata come la più probabile, quest'ultima, anche dall'avvocato esperto in materia Steve Gordon in un interessante intervento pubblicato sul sito Digital Music News.

    Album storici come  "Street legal" di Bob Dylan, "52nd Street" di Billy Joel, "Powerage" degli AC/DC,  "More songs about buildings and food" dei Talking Heads e il primo, omonimo, dei Van Halen (tutti usciti nel corso del 1978) potrebbero tornare di proprietà dei loro autori/interpreti a partire dal 2013. La norma inserita nel 1976 nella legge americana sul copyright e nota come "termination right" (si tratta in sostanza del diritto concesso agli artisti di farsi restituire i master delle proprie registrazioni fonografiche dopo 35 anni dalla publicazione dell'opera), di cui Rockol vi ha già riferito un paio di settimane fa, sta diventando una bomba ad orologeria dalle ricadute economiche potenzialmente vastissime (anche per quanto riguarda la valutazione finanziaria di società in vendita, come ad esempio la EMI). Tutte le maggiori testate specializzate e non, a partire dal New York Times, dedicano ampio spazio alla vicenda: soprattutto dopo che il deputato democratico del Michigan ed ex presidente del Judiciary Committee federale John Conyers Jr. si è mosso per far approvare un ulteriore aggiornamento legislativo che metta in chiaro i diritti degli artisti. "Per troppo tempo", sostiene Conyers, "il lavoro dei musicisti è stato utilizzato per produrre enormi profitti a vantaggio delle etichette discografiche, delle emittenti radio e di altri soggetti, senza un'equa redistribuzione a favore degli artisti". Opinione non condivisa, a quanto pare, dalla maggioranza dell'opposizione repubblicana, che controlla il Congresso e che gli insider danno più allineata con le posizioni delle major. Le quali, ovviamente, tutto desiderano meno che di vedersi sottrarre gradualmente il loro prezioso catalogo storico (che, nella prima metà del 2011, ha contribuito ancora per il 47 % ai loro fatturati). La Recording Industry Association of America (RIAA), che già nel '99 era riuscita a far emendare il testo di legge in favore delle case discografiche associate (provocando le ire di artisti come Don Henley e Sheryl Crow, le cui proteste produssero una rapida marcia indietro del legislatore ) sostiene che nella maggior parte dei casi il diritto non sarebbe esercitabile, dal momento che l'attività professionale svolta da autori, artisti e musicisti sarebbe equiparabile a un lavoro salariato e dipendente, reso allo scopo di realizzare "opere collettive o compilation create non da performer indipendenti ma da musicisti che, in sostanza, sono impiegati delle etichette". Tesi discussa e discutibile (secondo Henley il concetto di lavoro dipendente è applicabile alla produzione di libri e film, ma non a quella dei dischi), ma che apre la strada a uno scenario costellato di costose e annose liti in tribunale con il potenziale coinvolgimento della terza parte in causa, i produttori artistici dei dischi. Fatto sta che, secondo gli insider, diversi artisti e manager si sarebbero già mossi per farsi restituire i master (la domanda di preavviso va presentata almeno due anni prima dell'entrata in vigore del diritto), mentre le stesse major sembrano dividersi tra falchi, decisi a battagliare nelle aule dei tribunali, e colombe, timorose di un disastroso effetto boomerang e favorevoli alla ricerca di accordi compromissori che includano concessioni economiche più generose (in termini di anticipi e di royalty) agli artisti. Soluzione prospettata come la più probabile, quest'ultima, anche dall'avvocato esperto in materia Steve Gordon in un interessante intervento pubblicato sul sito Digital Music News.

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