NEWS   |   Gossip / 07/02/2001

John Frusciante, una chitarra di arte e spiritualità

John Frusciante, una chitarra di arte e spiritualità
“Quando suono la chitarra”, racconta lentamente un rilassato John Frusciante, “penso sempre ai punti, alle linee, ai tratti e alle superfici che stanno nella mia testa; un quadro immaginario che mi si svela pian piano”.
Sul viso scarno e provato dagli eccessi, gli occhi del leggendario chitarrista dei Red Hot Chili Peppers, quello che entra ed esce dal gruppo, si accendono di uno strano brillio, cominciando a vagare persi tra i soprammobili della sua suite all’Hotel Principe di Savoia di Milano. Ed è proprio qui che John Frusciante ha deciso di incontrare Rockol per spiegare meglio la gestazione del suo terzo album da solista, “To record only water for ten days”, in pubblicazione il prossimo 9 Febbraio. Un disco che non assomiglia a nulla di quanto già sentito, ma che raccoglie molte delle esperienze e passioni musicali di un John Frusciante adolescente. “To record only water for ten days” raccoglie lo spirito punk di Darby Crash e dei Circle Jerks quanto lo stile chitarristico di maestri quali Frank Zappa, Steve Vai e Jimmy Page. In esso, accompagnati dalla voce a tratti roca e malinconica di Frusciante, si viene introdotti nel suo mondo straniato, animato da visioni ed esperienze personali, fatto di assoli delicati che ricordano, a sprazzi, i Red Hot Chili Peppers.
Nonostante si potrebbe facilmente pensare ad un individuo rozzo dalla parlata prepotente, discorrere con John Frusciante è quasi come parlare a un’artista di un’epoca passata, affascinato dalle teorie di Leonardo da Vinci, Marcel Duchamp e Andy Warhol. “Quando scrivo canzoni, molto spesso le idee per i testi mi vengono dai maestri del mondo dell’arte. La musica per quanto mi riguarda è ricreare le immagini che sono dentro di me, i colori e le ‘onde mentali’ che, in realtà, hanno una certa consistenza. Leonardo da Vinci teorizzava che l’uomo deve essere ‘maestro e possessore dei segreti della natura’ per poterla rappresentare. Questo è un fondamento che io tengo sempre a mente”.
Mentre allunga le gambe sotto il tavolino di legno intarsiato davanti a lui, qualcuno gli porge una minuscola scatoletta di plastica gialla, dalla quale spunta una grossa pastiglia che succhia lentamente, a tratti sorridendo, preso da un rinnovato piacere. Frusciante è un uomo di altri tempi, che porta però i segni indelebili di un’epoca forse troppo moderna per uno come lui. Un ragazzo di 31 anni che nonostante la notorietà indossa una semplice camicia di flanella a quadri e dei pantaloni grigio-azzurri che scoprono dei calzini bianchi su un bel paio di scarpe classiche; e commuove quasi vederlo gesticolare con gli avambracci che nascondono tatuaggi mal riusciti e due vistose cicatrici, mentre sorseggia una tisana, protendendo le mani insicure verso la tazza. John Frusciante ha una parlata dal lento e faticoso incedere, quasi i denti incespicassero nella lingua; e pensa a lungo prima di esprimere ciò che sta nella sua testa. Concetti che appaiono spesso e volentieri come le opere di Wassily Kandinsky, precisi e indefiniti allo stesso tempo. “Il mio nuovo disco ha un titolo simbolico: ho pensato al mio corpo come fosse un registratore, immaginando di registrare soltanto suoni prodotti dall’acqua per dieci giorni; questo per raggiungere una sorta di ‘stato di purificazione interiore’ che mi avrebbe permesso di rappresentare, con la musica, ciò che vedo dentro di me”. Qualcuno ci avverte che il tempo a disposizione è terminato, ma John si attarda ad autografare una copia del suo album, che gli viene prontamente allungata. Richiede a viva voce una penna migliore per scrivere sulla carta patinata della copertina.
Questa è l’ultima visione che abbiamo di lui, mentre usciamo dalla stanza 344.
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