Un coro di proteste per l’aumento dell’IVA sui dischi

Com’era prevedibile, l’aumento dell’aliquota IVA su CD e cassette, in vigore dal 1 ottobre per decreto governativo, ha scatenato un’ondata di proteste e di reazioni nel mondo musicale.

Commercianti infuriati, associazioni di categoria e case discografiche hanno incominciato a tempestare di fax e di comunicati stampa le redazioni delle testate specializzate. Tra le prime a censurare il comportamento del governo è stata l’Afi, l’associazione che riunisce i discografici indipendenti italiani, che con un comunicato diffuso martedì scorso ha voluto entrare nel merito della questione, sottolineando la contraddizione esistente fra la decisione di aumentare l’aliquota IVA e le iniziative a sostegno del settore musicale contenute nel disegno di legge presentato da Walter Veltroni lo scorso mese di giugno; i discografici dell’Afi sono anche tornati sul tema della disparità di trattamento che continua a penalizzare dischi e nastri nei confronti dei prodotti librari (IVA al 4 per cento, contro il 20 per cento applicato ai prodotti musicali). Su quest’ultimo argomento insiste anche Franco Reali, consigliere delegato della multinazionale BMG Ricordi (la federazione della majors Fimi non ha invece ritenuto opportuno per il momento commentare pubblicamente la vicenda): "Da oggi la musica non è più considerata parte della cultura dal Governi italiano", recita un comunicato BMG che riporta le dichiarazioni di Reali. "Un disco di Uto Ughi o di Ennio Morricone è valutato alla stregua di un bene di consumo di lusso come i gioielli, gravati da un’IVA del 20 per cento. Se sarà approvata la proposta del governo, quando un consumatore vorrà acquistare un libro, ad esempio su Elvis Presley, pagherà un’IVA del 4 per cento; viceversa per un disco dello stesso Presley dovrà fare i conti con un’imposta del 20 per cento". Ma non si esauriscono qui, secondo gli operatori, i rischi innescati dall’aumento dell’IVA: tanto i discografici che i commercianti (come Kruger Agostinelli, responsabile del settore discografico dell’Unione Commercianti della Provincia di Ancona e autore di una lettera aperta a Veltroni) temono una forte ripresa della pirateria e un’ulteriore riduzione dei consumi dei prodotti legali, con possibili gravi conseguenze sul piano occupazionale e delle opportunità concesse ai giovani artisti. Secondo Nevio Salimbeni, coordinatore nazionale delle politiche culturali dell’Arci, il provvedimento "colpisce a morte la possibilità per i giovani talenti, di ogni genere musicale, di superare la soglia dell’autoproduzione e confrontarsi con il mercato, dando così alle majors discografiche una scusa in più per affidarsi solo al già noto e ridurre al minimo le innovazioni e gli spazi per sperimentare". Intanto i responsabili dell’esecutivo, alle prese con problemi ben più gravi che mettono in forse la stessa sopravvivenza della coalizione di maggioranza, tacciono. L’ipotesi di un dietro front resta estremamente improbabile, anche se il rischio sempre più concreto di una crisi di governo potrebbe rimettere tutto in discussione per i mesi a venire. .

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