Kings of Convenience,
folk-rock dalla Norvegia

Kings of Convenience,  folk-rock dalla Norvegia
L’intervista con Erland Oye termina con un piccolo rito: ci regala una sua stralunata fototessera (quella che vedete qua di fianco) e ci disegna una mappa del mondo, a memoria, su un foglio bianco. I due Kings of Convenience si sono conosciuti così: a 11 anni ad una gara di geografia per studenti. “Che io ho vinto”, precisa Erland. “Quando ho rincontrato Erik (Glambek Bee, l’altra metà del duo, ndr) l’ho riconosciuto subito…” ricorda.
Questo singolare gruppo arriva da Bergen, Norvegia ed è autore di un pregevole disco d’esordio, pubblicato a fine gennaio, per il quale molti li hanno paragonati a Simon & Garfunkel: quasi solo chitarre acustiche ed armonie vocali. “Posso capire perché ci paragonano a loro”, commenta Eric “siamo in due e suoniamo le chitarre. Ma le canzoni le scriviamo insieme, non c’è un solo autore come era Paul Simon. Inoltre, dal mio punto di vista, hanno fatto anche cose terribili… E, soprattutto, non ci sentiamo così vicini al folk. Mi piace però il loro atteggiamento beatlesiano nel costruire melodie”.
Già, il folk: i Kings of Convenience sono stati inseriti in una fantomatica “rinascita folk” da parte della stampa inglese, da sempre alla ricerca di nuovi movimenti da creare e distruggere. “Che ci vuoi fare?”, commenta Eric. “Abbiamo ben poco in comune con gente come Badly Drawn Boy, poi vedrai che appena uno di questi gruppo diventa davvero famoso finisce tutta l'attenzione a questo ipotetico movimento”. Nelle proprie influenze, i due norvegesi dichiarano non i gruppi di Canterbury o Nick Drake, ma gli americani Red House Painters (gruppo preferito di Erland, e si sente) o la bossanova, di cui si sentono evidenti echi in “The girl from back then” e “Leaning against the wall”. “E’ la passione di Erik, più che la mia”, spiega Erland. “Quello che ci interessa davvero, nella nostra musica, è la semplicità: il nostro ideale sarebbe fare un disco solo di voci e chitarre acustiche, senza altri strumenti, senza che risulti noioso o con cadute di tensione”. Il loro disco di debutto, per la verità, si avvicina molto all’obbiettivo: qualche strumento compare qua e là a supporto delle chitarre, ma sono timidi accenni. E, soprattutto, le 12 tracce manifestano poche cadute di tono, forse ancora dovute all’inesperienza.
Un’ultima domanda: come è possibile emergere con questo tipo di musica da un paese tutto sommato ai margini del music business come la Norvegia? “C’è una buona scena a Bergen, con molti locali. Ma la Norvegia è molto grande: la nostra città è a sette ore dalla capitale. Forse per un duo acustico come noi non c’è molto spazio per suonare, nonostante ci sia molta vitalità musicale in giro. E’ successo tutto per caso: abbiamo dato il demo ad una nostra amica che lavora per una casa discografica, che ci ha suggerito a chi farlo avere. Qualche giorno prima del Natale del 1999 abbiamo improvvisato un concerto per i discografici inglesi che ci avevano contattato e ci hanno messo sotto contratto: è stato un bel regalo!. E ora viaggiamo in continuazione tra l’Inghilterra e casa…”.
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