Elisa: esordio europeo di lusso per un’italiana

Elisa: esordio europeo di lusso per un’italiana

Da qualche anno ormai la musica italiana guarda oltre frontiera.

Ma se fino ad oggi Eros Ramazzotti, Laura Pausini e Andrea Bocelli hanno esportato nel mondo la melodia nostrana, la nuova scommessa di Caterina Caselli, titolare dell’etichetta Sugar, è ancora più ambiziosa: imporre sul mercato internazionale una giovane cantautrice italiana che canta esclusivamente in inglese, una rarità assoluta di questi tempi. La Caselli, che dopo lo strepitoso successo internazionale di Bocelli ha la possibilità di non badare a spese, deve credere molto alle qualità della 19enne esordiente Elisa se è vero, come si dice, che per la registrazione dell’album di debutto della ragazza, "Pipes and flowers" (inciso a Berkeley, California, con la produzione artistica di Corrado Rustici) ha investito oltre 300 milioni di lire, e che l’imponente piano di lancio internazionale del disco verrà a costare almeno un paio di miliardi.


Non sono cifre campate in aria, comunque, perché il progetto ha già suscitato l’interesse della major discografica Polydor, licenziataria per l’estero del catalogo Sugar, che pubblicherà il disco nel mese di novembre in paesi come Germania, Belgio e Olanda (dove Elisa si è già esibita in un paio di showcase). Persino gli inglesi, di solito restii ad accettare artisti stranieri che si cimentano nella loro lingua, sono rimasti affascinati dalla grinta e dalla scioltezza della giovanissima cantante, pianificando l’uscita dell’album in territorio britannico per il gennaio del 1998.
Così lo showcase di presentazione dell’artista, che giovedì sera 25 settembre ha richiamato al Propaganda di Milano una folla di addetti ai lavori da grande occasione (presenti anche i papaveri della Polydor europea), era particolarmente atteso.

Il mini-concerto ha confermato le buone impressioni suscitate dal singolo "Sleeping in your hand", programmatissimo in estate dalle radio italiane.

Voce potente ed estesa che richiama certe tonalità di Tori Amos o di Bjork, trame strumentali fitte, tra rock, elettronica e trip-hop, che ricordano a più riprese lo stile ipnotico di una Toni Childs, Elisa si è proposta al pubblico di addetti ai lavori sia in versione elettrica, accompagnata da un gruppo di cinque musicisti (come lei tutti originari di Monfalcone, in provincia di Gorizia) sia in edizione acustica, sola al pianoforte o accompagnata da chitarre e percussioni. Grinta, convinzione e capacità di scrittura non le mancano di certo: peccato però che per il momento, tra riferimenti molteplici e disparati, la sua identità artistica fatichi un poco a emergere, e che certi arrangiamenti sovraccarichi di tastiere non le rendano sempre giustizia alla sua voce. L’esordiente cantautrice (anzi, songwriter) sembra comunque possedere i numeri per non finire nell’anonimato a cui sono destinate tante altre giovani aspiranti star. Lei, che nonostante la giovanissima età ha già un discreto background professionale fatto di piano bar, gruppetti punk e orchestrine swing, non si dimostra troppo innervosita dalle attenzioni che da un giorno all’altro hanno cominciato a circondarla. Legge i suoi autori preferiti (Herman Hesse, Karen Blixen, Mishima, Kipling), ascolta la musica di Verve, Bjork, Massive Attack e Depeche Mode e tiene fede alle sue idee. E’ riuscita, contro il parere di tutti, a incidere il disco in inglese ("è la lingua in cui mi viene naturale cantare", racconta dopo lo showcase, "dal momento che da quando avevo dieci anni ascolto moltissima black music e adoro Aretha Franklin"). Scrive a getto continuo (ha già altre 10 canzoni nel cassetto: "più complesse, spesso in tempi dispari e qualche influenza araba e indiana nell’armonizzazione"), ha composto un po’ per gioco e un po’ per sfida un’operetta destinata alla voce di Bocelli e dichiara di avere "interessi sparsi un po’ ovunque, senza una direzione precisa, come tutti i ragazzi della mia età".


Soprattutto, dimostra di sentirsi convinta dei suoi mezzi: "Il produttore, Rustici, mi ha lasciata libera di esprimermi come volevo in studio. E’ stato molto attento a non snaturarmi, a lasciare che l’album mantenesse la mia impronta. E per me "Pipes and flowers" è un disco vero, puro. Per questo mi sento disposta a parlarne con tutti, anche con i giornalisti".
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