Claudio Cecchetto, 30 anni dopo 'Gioca jouer': 'Faccio progetti ma sono pigro'

Claudio Cecchetto, 30 anni dopo 'Gioca jouer': 'Faccio progetti ma sono pigro'

Cinque anni fa, in occasione del venticinquennale della pubblicazione del suo inossidabile "Gioca jouer", Claudio Cecchetto ne realizzò una nuova versione internazionale in cinque lingue lanciandola attraverso Myspace.



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Stavolta, nella ricorrenza del trentennale, sono stati i due figli Jody e Leonardo a fargli una sorpresa. "Hanno realizzato un videoclip montando un centinaio di esibizioni amatoriali filmate col telefonino e con la videocamera, selezionate tra le mille circa che erano state pubblicate su YouTube", racconta a Rockol. "Gli avevo ricordato che la canzone, sigla del Festival di Sanremo 1981, quest'anno compiva trent'anni, e questa specie di compilation è stato il loro regalo. Io ci avrei messo tre settimane di lavoro. Loro, che come tutti i ragazzi sono multitasking e sanno usare alla perfezione i nuovi programmi di montaggio, lo hanno fatto velocemente e a tempo perso senza rinunciare alla scuola, ai videogames e alla passione per la musica. Perché sono tutti e due musicisti".




 

Ma come nacque quel tormentone, capace di resistere all'usura del tempo? "Come tutti i disc jockey, anch'io avevo l'ambizione di fare un disco. Non sapendo cantare, avevo bisogno di un'idea. Presi spunto dalla sigla di 'Scacco matto', un programma tv legato alla Lotteria Italia che conducevo con Laura Troschel e Pippo Franco: facevamo un balletto, non era un gran che ma lo trovavo divertente perché dovevo ricordarmi le mosse che ci aveva insegnato il coreografo. Un amico mi raccontò che anche nei villaggi turistici, a fine giornata, si facevano dei balli che prevedevano mosse fisse e prefigurate. Feci uno più uno e pensai che invece di un disco vero e proprio potevo incidere un gioco su disco. E' stata quella, credo, la formula che permette al 'Gioca jouer' di essere ancora oggi tra i pezzi più 'gettonati' dell'estate. Siccome mi piaceva tantissimo 'Whatever you want' degli Status Quo, chiesi a Claudio Simonetti di crearmi una musica che ricordasse quel ritmo terzinato: volevo un motivo popolare e non di nicchia e certo non avevo l'ambizione di entrare in competizione con la grande musica, con i Led Zeppelin, i Black Sabbath o Sting. Lo volevo pubblicare subito, ma quando lo feci ascoltare a Gianni Ravera lui mi convinse ad aspettare il successivo Festival di Sanremo, assicurandomi che sarebbe stato un successo e che lo avrebbe utilizzato come sigla. Era la prima volta, tra l'altro, perché fino a quel momento la sigla di Sanremo consisteva in inquadrature dei fiori della riviera con il sottofondo di musica classica". Ne è passata di acqua sotto i ponti, il mercato musicale non assomiglia più a quello di allora... "Vero, però certa musica degli anni Settanta e Ottanta piace ancora. Quel che sta cambiando è la modalità di ascolto: sicuramente possiamo salutare il cd, ringraziandolo per avere rigenerato il mercato degli album. Io guardo cosa fanno i miei figli e mi rendo conto che il concetto di possesso è stato sostituito da quello di fruizione. Del resto, come fai ad affezionarti a un file? Ai giovani, ma non solo a loro, interessa poter ascoltare la musica quando vogliono: immagino per la musica un futuro tipo Sky o digitale terrestre, il pagamento di un canone di abbonamento mensile per ascoltare tutta la musica che voglio e quando voglio. E' il concetto della music on-demand che ha decretato il grande successo di YouTube". E Cecchetto, è ancora un ascoltatore attento di musica? "Sì, mi aggiorno sulle novità prestando un orecchio di riguardo a quel che ascoltano i ragazzi. Certe cose non sono cambiate. A una certa età, ora come ai nostri tempi, arriva il momento del 'bum bum', della cassa in quattro e dei sequencer. Si cerca una musica che trasmetta energia e movimento: oggi più tecnicamente raffinata, forse, e sicuramente più pompata, con i compressori a fare la loro parte. Ma simile, in sostanza, a quella che facevo e che ascoltavo io". E il business, il mercato? "Io resto convinto che l'iniziativa personale conti molto, e non è che le major brillino molto da questo punto di vista. La musica è diventata un grande supermercato, vengono spinti solo gli artisti che fanno grandi numeri. E i grandi numeri non sono sempre sinonimo di qualità. Pur essendo una brava artista, Lady Gaga è un prodotto concepito per vendere in tutto il mondo. In questo scenario noi italiani stiamo diventando un po' 'regionali'. Si punta solo sul sicuro: Vasco, Ligabue, Ramazzotti e Lorenzo (Jovanotti), che resta il migliore della sua generazione. Ma siamo ancora fermi lì". E i talent scout? Per anni si è ripetuto che gli unici due che abbiamo in Italia sono Cecchetto e Caterina Caselli. Perché nessun altro? "Beh, non ci sono mai stati due Agnelli, due De Benedetti o due Berlusconi... Caterina l'ho conosciuta, è una che ha talento e che come me ama la musica. Ogni volta che abbiamo creduto in qualcosa, l'abbiamo sempre sostenuta fino alla fine. Oggi le cose sono cambiate, e per il momento ho deciso di stare a guardare. E' inutile scoprire un ragazzo interessante, se poi devi farlo passare da un talent show che se ne appropria. Ho anche notato che in questi ultimi anni i giovani aspiranti artisti hanno poca voglia di fare gavetta: invece di investirli nel loro lavoro, i primi mille euro che guadagnano li usano per comprarsi l'iPhone come tutti i loro coetanei. Sono distratti da tutta questa offerta indirizzata al mercato giovanile. C'è poco spirito di sacrificio, in giro. Magari hanno ragione loro, ma comportandosi in questo modo nella musica non si va molto lontano".

Ma un nome su cui puntare per il 2012 ce l'ha, Cecchetto? "Ce ne sono diversi, ma se devo sceglierne uno dico Fedez, un ventunenne che fa rap in maniera originale e anche colta, con testi che spaziano su tanti argomenti diversi. L'ho voluto conoscere, per capire se la prima impressione era esatta: devo dire che è stato un incontro piacevole e una bella sorpresa. Sarà il futuro a dirlo, ma secondo me ha le carte in regola per diventare molto popolare".




 

 

Mentre sta alla finestra della scena musicale, Cecchetto continua a dedicarsi alla sua ultima creazione: Memoring Skin, il "registratore di Internet" lanciato due anni fa. "La tecnologia ormai è pienamente sviluppata", spiega, "ma avrei bisogno del Cecchetto di Internet! In questo caso io sono l'artista con la a minuscola, e dovrei trovare un 'produttore': su Internet ci vogliono grossi investimenti, altro che quelli discografici. In altri Paesi il Web è diventato un grande business in mano ai giovani: pensa a chi ha creato Google e Facebook. Mentre in Italia, purtroppo, viene ancora concepito come un semplice servizio che serve a comperare ricariche telefoniche, fare bonifici bancari, trasmettere documenti in Comune o acquistare merci al supermercato. Tutte cose che si possono fare anche senza la rete, mentre nessuno pensa a prodotti che nascono specificamente per Internet. Io questo strumento lo sto già usando per archiviare, ogni giorno, le prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Sono come un frate certosino, che conserva antichi documenti per i posteri...sto cercando di salvare la storia di Internet, un mezzo che consente ancora di essere creativi. A differenza di radio e tv, che sono arrivati a un punto critico come il mercato dei telefonini: non ci sono più abbonati da conquistare, puoi solo rubarli a qualche concorrente. La professionalità ha sostituito la creatività, e quest'ultima è solo finalizzata al mantenimento degli ascolti. Il rischio non è più un elemento concepibile". Ci saranno altri progetti in cantiere, però... "Sì, è da un paio di anni che penso a una forma di spettacolo che non esiste: vorrei portare nei palazzetti dello sport la discoteca anni '70-'80-'90 trasformandola in un vero e proprio show. Con ospiti, magari anche qualche cantante e musicista, e non solo dischi da mettere sul piatto. Le poche volte che torno a fare il disc jockey in qualche festa di amici, mi accorgo che quando metto su i vecchi dischi i quarantenni e cinquantenni si divertono un mondo, e i loro figli pure. Quel che ho in mente è qualcosa di simile a quello che succede in certe feste latine, o a quello che fa Renzo Arbore con la musica napoletana: un grande momento di aggregazione e di divertimento collettivo. Ne ho già parlato con qualche organizzatore di grandi eventi. Loro sarebbero pronti, sono io che sono un po' pigro".

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