E’ successo nel 2000: 31 marzo

La FIMI dà i numeri del mercato discografico italiano 1999 (31 marzo 2000)

Non sono bastati gli exploit di Adriano Celentano (unico million seller della scorsa stagione) e del trio Liga-Jova-Pelù (mezzo milione di singoli polverizzati in poche settimane) per imprimere una svolta ai consumi di musica registrata in Italia, afflitti dagli stessi mali endemici che minano la salute dei mercati di tutta Europa: saturazione della domanda di cd, crisi dei sistemi di distribuzione e delle modalità di fruizione tradizionale della musica, esplosione del fenomeno della duplicazione privata su cd-r (sono 54 milioni i dischetti vergini acquistati dai consumatori italiani nel 99, una buona parte dei quali destinati proprio alla copia privata di supporti musicali). Ma se si aggiunge al cocktail l’ingrediente, tutto italiano, di una pirateria musicale che sottrae all’industria quasi un quarto dei suoi fatturati potenziali, la discografia nostrana non può neppure lamentarsi troppo dei risultati di vendita conseguiti nel corso del 1999, e che l’associazione di categoria Fimi ha reso noti oggi, venerdì 31 marzo, al termine di un meeting internazionale dell’Ifpi (la federazione internazionale a cui è affiliata) tenutosi a Roma: i 747,5 miliardi complessivamente fatturati dall'industria, equivalenti a vendite sell-in di 53,8 milioni di pezzi, rappresentano pur sempre un risultato di segno positivo (+ 4,14 % in termini monetari, + 2,89 % in quantità), nel momento in cui il resto dEuropa è messo in ginocchio dalla masterizzazione casalinga dei cd, piaga che oggi accomuna paesi come la Germania (- 1,4 % in termini di pezzi venduti), la Spagna (- 1,8 %) e la Francia (- 4,5 %). Anche se, a onor del vero, sono gli stessi addetti ai lavori a sottolineare che cè poco da stare allegri, nel momento in cui manca il ricambio generazionale ai vertici delle classifiche e le compilation mordi e fuggi presidiano quote sempre più consistenti del mercato.
Al di là delle singole interpretazioni, comunque, i dati diffusi dalla Fimi e certificati dalla società di auditing Price Waterhouse secondo uno schema approvato dallAutorità Garante per la Concorrenza e il Mercato confermano i cambiamenti sostanziali in corso nei modelli del consumo musicale. Non solo chi naviga sul web, ma anche gli utenti tradizionali di musica sembrano spostarsi gradualmente verso modalità di acquisto che privilegiano la singola canzone rispetto ai supporti a lunga durata. Così, mentre continuano ad aumentare le vendite dei singoli, soprattutto nel formato cd (+ 48,31 %, per oltre 4 milioni e mezzo di pezzi complessivi: circa l8 % del venduto totale), cala per la prima volta dal 1996 la richiesta di album (- 0,06 %), effetto di un ulteriore crollo nelle vendite di cassette (- 8,56 %) che la crescita frenata dei cd (+ 3,5 %, 35,7 milioni di pezzi) non è riuscita a compensare. Una novità, certo non positiva, rispetto all’andamento degli ultimi anni e allo stesso primo semestre del 99 è che l’incremento delle vendite risulta maggiore in valore di quanto non sia in termini di quantità, segnalando una nuova tendenza inflazionistica del mercato: il che sembra contraddire uno degli slogan oggi più in voga tra i discografici, e cioè che il prezzo medio dei cd sarebbe in discesa grazie alle numerose offerte promozionali che si succedono nei punti vendita.
D’altra parte va detto che il rapporto tra valori e quantità risulterebbe più bilanciato se le cifre Fimi non sottostimassero pesantemente le vendite dei mix dodici pollici destinati agli aspiranti dj e al mercato dance: meno di mezzo milione di unità, secondo l’associazione di categoria, mentre stime attendibili di settore parlano addirittura di 3 milioni e mezzo di pezzi. Un’incongruenza riconosciuta dallo stesso direttore generale Fimi Enzo Mazza: «l’assoggettamento dei dati a certificazione è volontario» spiega, «e non possiamo obbligare nessuno a farlo. Per questo è possibile che alcune realtà indipendenti sfuggano alla rilevazione».
Preso atto di queste distorsioni, ecco gli altri elementi principali che emergono dai dati Fimi:
- Le buone performance di vendita degli artisti italiani (sono tutti made in Italy i dieci album più venduti del ‘99) non bastano a ribaltare il rapporto di forza con il prodotto internazionale, anche se il divario in termini di quote di mercato diminuisce sensibilmente (48 % a 47 %, mentre la classica si riduce a uno striminzito 5 %).
- Sembra ormai un ricordo il boom delle vendite in edicola, che avevano fatto dell'italia un caso unico a livello mondiale nei primi anni ‘90: oggi (dati ‘99) sono poco più di 2 milioni i pezzi venduti attraverso questo canale, un quinto rispetto a solo pochi anni fa e il 39 % in meno del 98.
- Escono inesorabilmente di scena supporti come i video musicali, tecnologicamente obsoleti (371 mila pezzi), e i cd-rom musicali (11 mila pezzi), messi fuori gioco dalle opzioni musicali online.
- I negozi specializzati perdono altro terreno rispetto ai super/ipermercati, più aggressivi sul fronte dei prezzi: i primi rappresentavano il 64 % delle vendite nel 97, e valgono oggi il 57 %, mentre la grande distribuzione cresce dal 18 al 28 % (il resto delle vendite è frammentato tra punti vendita non specializzati, bancarelle, autogrill, mail order e altri canali).
Infine, come le classifiche di questi tempi (Celentano, Santana, Guccini, Fossati, Tom Jones) lasciano supporre, sono oggi soprattutto i giovani adulti e i quarantenni a indirizzare i consumi musicali: secondo dati elaborati dalla Nielsen, il 28 % dei consumatori italiani si concentra oggi nella fascia 25-34 anni, mentre sono il 26 % gli acquirenti di dischi compresi tra i 18 e i 24 anni e il 21 % i 35-44enni. Resteranno lo zoccolo duro dell'industria discografica anche nel prossimo futuro?
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