Concerti, Primus: la recensione dello show di Vigevano

Concerti, Primus: la recensione dello show di Vigevano

Il tenore della serata lo si capisce quando il sole è ancora alto, appena entrati in piazza Ducale, dove tra signore della Lomellina bene che passeggiano per negozi e un improbabile manipolo di percussionisti in costume medioevale iniziano a spuntare t-shirt di - tra gli altri - Iron Maiden, Rush, Neu!, Faith No More e via così. E del resto dalla calata di Les Claypool nel nostro Paese altro non ci si poteva aspettare: i Primus, da ché esistono, sanno attirare un selezionatissimo quanto fedele pubblico di palati fini, che va dai fan di Tom Waits (che i nostri tra l'altro hanno riletto, dal vivo a Parigi, settimana scorsa, offrendo una cover di "Big in Japan" che ieri sera purtroppo non s'è sentita) agli amanti di sonorità più estreme, tutti comunque accomunati dalla fascinazione per l'incredibile tecnica strumentale del trio californiano.
Aprire un loro concerto è una responsabilità enorme, vista la composizione della platea, e stavolta Claypool ha scelto di affidarsi agli Hot Head Show, giovane band londinese (il loro disco di debutto, "Lemon", uscirà in agosto, ma chi voglia farsi un'idea più precisa della loro proposta può fare un salto qui per ascoltare il primo EP) capitanata (a voce e chitarra) da un certo Jordan Copeland, figlio di Stewart dei Police, che supportato solo da basso e batteria per mezz'ora, all'imbrunire, scatena un inferno di ritmi dispari e stacchi killer frullando in poco più di mezz'ora tutto ciò che la musica offra da frullare: una tecnica eccellente ed un grande gusto per i suoni (pochi, semplici, ben definiti e efficacissimi) li fanno benvolere alla platea accorsa nel cortile del Castello, travolta da schegge di avant-rock e frammenti (opportunamente sparigliati e riassemblati, a piacimento) di soul, rhythm and blues primitivo e chissà cos'altro. Quando dai piedi dei due astronati gonfiabili alti una decina di metri che vegliano sul palco viene rimossa la backline degli Hot Head Show, davanti alle transenne che separano le assi dalla platea sono ormai assiepati anche i più ritardatari.
I Primus, che si presentano con Larry Lalonde alla sei corde e Jay Lane alle pelli, il batterista che precedette allo sgabello Tim Alexander, aprono perentoriamente con "Those damned blue-collar tweekers", alle quali seguono, in rapida successione, "Duchess and the proverbial mind spread" e "Eyes of the squirrel", dal disco di prossima uscita "Green naugahyde", atteso in settembre: si torna ai tempi di "Sailing the seas of cheese" con "American life", per poi continuare il tuffo nel passato con "Groundhog's day".
Sarà l'attuale assetto della band, o semplicemente una scelta artistica, ma sembra che Claypool abbia ripreso il gusto per la jam, per la dilatazione delle strutture in barba ai cantati: la totale assenza di brani estratti da "Tales from the punchbowl" - forse il più decodificabile, convenzionalmente parlando, tra i loro album - e l'ideale contiguità tra il materiale più datato (non mancheranno la classicissima "Frizzle fry", oltre che "Harold of the rocks" e "Tommy the cat", quest'ultima accolta da un vero e proprio boato)  e quello nuovo (da "Green naugahyde" troveranno spazio, più tardi, anche "Lee Van Cleef", "Tragedy's a' comin'", "Jilly's on smack" e "Green ranger") fanno pensare ad una sorta di ritorno alle origini, almeno per quanto riguarda la formula.
Dal punto di vista compositivo, almeno riguardo ai nuovi brani, Lalonde è bravo a non farsi schiacciare da Claypool e Lane, affiatatissimi e perfetti, pur occupando necessariamente una posizione di secondo piano rispetto ai colleghi: spiace - ma questa è una questione di gusto - che episodi più accessibili (e pur inseriti, a volte, nei set di questo tour) come "My name is mud" e "Southbound pachyderm" non siano riusciti a rientrare in scaletta, a fare da contraltare a momenti più difficili e meno noti al grande pubblico come quelli estratti dalla nuova prova in studio, ma la deriva intrapresa dal trio ormai è evidente. Pochissime concessioni al pubblico e moltissima sperimentazione, quasi come se trent'anni a sfornare album come "Suck on this", "Sailing the seas of cheese" e "Pork soda" - solo per citarne alcuni - fossero passati in un soffio: certo, rispetto a una quindicina d'anni fa (ebbi l'opportunità di vederli, ai tempi di "Tales from the punchbowl", a Milano, in un Propaganda pieno all'inverosimile), il limite più difficile da superare non è quello dell'età o dell'aver inflazionato la propria musica, ma quella dell'aver fatto scuola, e - quindi - di essere costretti ad alzare sempre più l'asticella per poter sfuggire a cliché e modelli. E forse è proprio questa la sfida che Claypool sta inseguendo, per poter - dopo sei lustri - potersi fregiare di essere a capo di una delle poche band sulla faccia della Terra capaci di coniugare successo globale a sperimentazione senza recitare una parte o diventare un'icona. Ed è forse per questo che i Primus, ancora oggi, dal vivo sono uno spettacolo che è un peccato perdersi.
(dp)

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