Pat Metheny: 'Suono Bacharach e i Beatles con un tocco impressionista'

Pat Metheny: 'Suono Bacharach e i Beatles con un tocco impressionista'

Il disco pop di Pat Metheny? Fino a un certo punto. Con il nuovo album Nonesuch "What's it all about" il chitarrista del Missouri si tuffa per la prima volta nel mare magnum degli standard: dieci successi radiofonici e da Top 40 grazie ai quali, nell'America anni Sessanta e primi Settanta, l'adolescente Pat scoprì le meraviglie della musica (prima di innamorarsi di Miles Davis). Burt Bacharach (è la sua "Alfie" a ispirare il titolo dell'album) e Simon & Garfunkel, i Beatles e Carly Simon, Jobim e i Carpenters, surf music e Philly soul. Parlare di cover sarebbe riduttivo e fuorviante, dato il lavoro di decostruzione e ricostruzione messo in atto da Metheny. "Io parlerei piuttosto di rilettura impressionista. Dalle versioni originali ho solo preso spunto per dipingere sulla tela qualcosa di diverso". Di nuovo in solitaria, prima di tornare al trio con Larry Grenadier e Bill Stewart che il 12 novembre sarà all'Europauditorium di Bologna, il 13 all'Auditorium Parco della Musica di Roma, il 14 al Teatro Carlo Gesualdo di Avellino e il 15 al Teatroteam di Bari. Di nuovo con la chitarra baritono già protagonista del precedente "One quiet night" (in "Sounds of silence" usa invece la stupefacente Pikasso custom a 42 corde costruita apposta per lui dalla maestra liutaia Linda Manzer). "Dopo l'esperienza di 'Orchestrion' e i 150 concerti con cui ho portato quel progetto in giro per il mondo, ho capito meglio come comunicare a tu per tu con il pubblico" spiega Pat, aria rilassata, capelli vaporosi e camicione a quadri. "Finito il tour mi sono ritrovato da solo nello studio di casa mia. Ho registrato un pezzo, poi un altro e un altro ancora. Così, senza pensarci. A un certo punto mi sono accorto che stavo lavorando a un nuovo disco. Ho posizionato meglio i microfoni e ho continuato. Se guardate gli spartiti di 'Orchestrion' vi accorgerete che sono oltre trecento pagine di musica scritta. Stavolta ho voluto dare sfogo all'improvvisazione e alla spontaneità". La chitarra baritono? "La suono sempre in concerto e nei soundcheck, e ho imparato a conoscerla meglio". "Il fatto", sorride, "è che ho sempre considerato un po' troppo acuto il timbro della chitarra tradizionale. Questo strumento è una via di mezzo tra una sei corde standard e un basso. Le scale sono differenti, i cinque semitoni di una chitarra normale qui diventano quattro. Però c'è un problema. Quando suoni gli intervalli armonici, i bassi rischiano di perdere in nitidezza. La soluzione me l'ha insegnata tanti anni fa il dr. Ray Harris, un mio concittadino di Lee's Summit, Missouri. Si tratta di sostituire le due corde centrali con altre più sottili e di accordarle un'ottava più in alto, rimpiazzando le ultime due con corde di basso. E' un po' come avere a disposizione una sezione d'archi: le prime due corde hanno il timbro della viola, le seconde due di un violino, le ultime due di un violoncello. Siccome puoi suonare la melodia su una sola sezione per volta, devi scegliere un repertorio adatto. C'è una dicotomia strana, tra i movimenti che si compiono e i suoni che si producono. Quando suono non mi accorgo di fare tutto quel movimento, delle contorsioni del pollice: c'è davvero il rischio che mi venga l'artrite! Ci sono migliaia di album di chitarra solista al mondo, ma nessuno suona come questo. I bassi, con la chitarra baritono, diventano davvero profondi: per apprezzarli bisogna ascoltare il disco su un buon impianto stereo. Con un pc si perde completamente l'effetto".

La scelta del repertorio non è dettata solo da motivi tecnici: "I '60 e i primi '70", sostiene Metheny, "sono stati gli ultimi anni in cui il pop rimase in perfetto equilibrio tra melodia, armonia e ritmo. In seguito quest'ultimo ha preso il sopravvento: gli ultimi vent'anni sono stati l'epoca d'oro del groove, del funk e della musica da ballo e la costruzione armonica dei brani ne è risultata sacrificata. Non è una critica, la mia: è semplicemente la constatazione di un mondo che cambia. Se mi chiedete se tra cinquant'anni un jazzista si metterà a suonare le canzoni di Britney Spears o di Lady Gaga, però, permettetemi di nutrire qualche dubbio. Difficile intervenire creativamente su un loop di batteria di due battute. Oggi la pop music vive principalmente di strutture diatoniche, di armonie elementari. Il repertorio che ho deciso di reinterpretare, invece, aveva una sostanza musicale particolare, una robustezza strutturale che resta inattaccabile per quanto radicali siano gli interventi che si decide di operare. 'Alfie' ne è il tipico esempio: puoi stravolgerla quanto vuoi, resta una grande canzone". Solo "All my loving", in coda al disco, risulta immediatamente riconoscibile e fedele all'originale..."Sono arrivato in fondo, e mi sono reso conto che non avevo fatto neanche un pezzo dei Beatles. Inconcepibile, se si parla di anni '60. Ho scelto 'And I love her"', unico brano in scaletta che avevo già suonato dal vivo, e ho usato una chitarra tradizionale con corde in nylon, lasciando intatta la linea melodica che era perfetta così. Magari è il viatico a un prossimo progetto: prima o poi vorrei registrarlo, un disco di sole canzoni dei Fab Four".

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