Ian Gillan: 'Forse l'anno prossimo io e Tony Iommi di nuovo insieme'

Un supergruppo hard rock, due canzoni, uno scopo benefico. Ian Gillan, Tony Iommi & Friends (dove gli amici hanno nomi importanti: l’ex Deep Purple Jon Lord, l’ex Metallica Jason Newsted, il batterista degli Iron Maiden Nicko McBrain e il chitarrista degli HIM Mirko “Linde” Lindström) si sono riuniti in studio per un progetto concreto,  “WhoCares?”, il cui obiettivo è di raccogliere fondi per la ricostruzione di una scuola di musica a Gyumari, Armenia, rasa al suolo dal terremoto del dicembre 1988 e mai più rimessa in sesto. Intento nobile (Gillan e Iommi  sono molto affezionati a quella terra, e con le rispettive band avevano già contribuito nel 1990 alla compilation “Rock Aid Armenia – The earthquake album”), e notizia da prima pagina: il vocalist dei

Deep Purple e il chitarrista dei Black Sabbath di nuovo insieme, ventotto anni  dopo quell’unico album, “Born again”, che vide Ian prendere il posto lasciato vacante da Ronnie James Dio.
La domanda sorge spontanea: ci sarà un seguito? “Chi può dirlo?”, risponde Gillan al telefono. “Io e Tony abbiamo messo insieme una band ad hoc, per divertirci e raccogliere denaro per la scuola. L’ultima volta che ci siamo sentiti ci siamo detti che sarebbe bello rifare qualcosa insieme l’anno prossimo. Per ora non c’è niente di definito e le nostre agende sono zeppe di impegni. Io sono occupato fino al marzo dell’anno prossimo, forse anche fino all’estate, e lui non dovrebbe essere libero prima di settembre….speriamo comunque di farcela”.
Come avete assemblato il gruppo? “Una volta scritti i pezzi, ci siamo resi conto di avere a disposizione  il cantante e il chitarrista ma che ci mancavano  basso, batteria e tastiere. Ho raggiunto Jon Lord al telefono in Ungheria: da quando ha lasciato i Deep Purple alterna i suoi progetti di musica orchestrale al blues. Era libero e ha detto subito di sì. Ho mandato una e-mail a Nico, che vive in Florida ma che aveva la possibilità di venire a Londra nello spazio di una settimana. E Tony ha chiamato Jason Newsted, che si trovava a  Los Angeles ed era impossibilitato a muoversi: ha  registrato lì, sono i miracoli della moderna tecnologia…”.
Le canzoni? “‘Out of my mind’ l’ho scritta con Tony, anzi musicalmente è farina del suo sacco: poco da stupirsi che abbia un classico stile hard rock perché quello è un genere che ha praticamente inventato lui e che continua a riaffiorare ciclicamente, a Seattle e altrove.  ‘Holy water’ invece era uno dei 30-35 pezzi che tenevo nel cassetto per i miei vari progetti musicali. L’ho scritta con Steve Morse un paio d’anni fa mentre ci trovavamo in Portogallo e mi è sembrata molto adatta al progetto. Anche qui la chitarra di Iommi garantisce continuità al progetto, mentre per l’intro abbiamo chiamato in  studio un suonatore armeno di doudouk: uno strumento dal suono triste e dolente che sembra arrivare da altri tempi e non ha nulla di moderno. Ha funzionato benissimo, in questo contesto.  Ho spesso avuto esperienze entusiasmanti, quando ho provato combinazioni strane tra strumenti che appartengono a culture differenti. Ricordo quando registrai in Grecia con Mihalis Rakintzhs:  le scale orientali sono molto diverse da quelle occidentali e siccome lui non voleva le chitarre tirai fuori dalla sacoccia la mia armonica. Stranamente, la sua tonalità blues si adattava perfettamente all’atmosfera di quella musica”.
Gillan il giramondo conserva ricordi molto cari anche dell’Armenia: “Ci sono stato tante volte. Con i Purple, con la mia band e anche con l’orchestra sinfonica. Anche ai tempi in cui faceva ancora parte dell’Unione Sovietica e di concerti rock – come ricorda sempre il presidente Medvedev, nostro grande fan – all’Est se ne vedevano pochissimi. Ho visto le devastazioni del terremoto, a Gyumari e nel resto del Paese. Ci furono venticinquemila vittime e un milione di  persone rimasero senza casa…Ma a quei tempi non se ne parlò in televisione come è successo poi per Haiti o lo tsunami in Giappone, in Occidente se ne seppe poco. Mi raccontarono che per anni, dopo la catastrofe, anche la musica era sparita: scomparsa dalle radio, dalle chiese e dalle scuole.  I bambini non cantavano più. Silenzio ovunque. Nel Paese c’è stato un cambio generazionale, c’è fame di musica. Ed ecco perché la ricostruzione della  scuola assume un significato così simbolico e importante. Si tratta anche di mantenere un legame con il passato: per una comunità di matrice rurale come quella armena la continuità con il folklore e i valori tradizionali è di vitale importanza. La gente tende a dimenticare la tradizione, le storie e leggende locali. Ricordo che una volta a Tbilisi, in Georgia, mi ritrovai ad ascoltare tre o quattro donne che armonizzavano meravigliosamente  una canzone epica della durata di venti minuti…Non avevo idea di cosa cantassero, pensavo fosse la rievocazione di un importante episodio storico. Mi spiegarono che era la celebrazione di una recente vittoria della squadra locale di calcio contro i rivali di Mosca… Qui in fondo si tratta più o meno della stessa cosa: di creare un collegamento con un evento reale e sentito dalla popolazione”.
Come ricorda, Gillan, quella vecchia esperienza con i Black Sabbath? “Quell’album, ‘Born again’, non piacque ai  conservatori, a chi vorrebbe che tutti i dischi suonassero nello stesso modo. Ovvio, chi voleva un altro ‘Paranoid’  ne rimase insoddisfatto. Ma bisogna decidersi tra passato e presente, non si può fermare il mondo. La vita non funziona così: non puoi ascoltare sempre le stesse canzoni, mangiare lo stesso cibo e indossare gli stessi abiti ogni giorno.  Negli anni ‘Born again’ è diventato un disco di culto. Nacque per pura coincidenza dall’incontro tra una band senza cantante e un cantante senza band. Fu un’iniziativa di Tony: ci incontrammo, ci ubriacammo e cominciammo a fare musica insieme. Un album, un tour, e poi tornai nei Deep Purple. Nel tempo non ho cambiato opinione su quel disco: l’alchimia tra di noi produsse un  risultato brillante, ma non sono sicuro che avremmo potuto tirare avanti per molto perché le nostre radici, i nostri background e i nostri gusti musicali erano molto differenti. Ho imparato per esperienza personale che a volte è meglio fermarsi subito, quando si ottengono grandi risultati: il primo disco della Ian Gillan Band, per esempio, fu un riuscito esempio di fusion jazz rock ma forse sarebbe stato meglio chiuderla lì”, ridacchia Gillan, “gli altri non furono così buoni. Ricordo ‘Born again’ con grande affetto… La mia sola critica riguarda il suono del disco, il missaggio e la masterizzazione. Lo trovavo molto carente, soprattutto nelle basse frequenze. Quanto meno la versione originale in vinile, praticamente impossibile da suonare alla radio. Credo che la nuova rimasterizzazione gli abbia reso giustizia”.
C’era rivalità, ai tempi, tra Purple e Sabbath? “Rivalità? E’ una cosa che tra artisti io non ho mai visto, mai percepito e mai sperimentato. Era scioccante, per noi, leggere le cronache dei giornalisti musicali che parlavano di accesa concorrenza tra Black Sabbath, Deep Purple e Led Zeppelin. Era una cosa montata ad arte per mettere i fan gli uni contro gli altri, mentre chi amava quel genere di musica di solito apprezzava tutte le band migliori. Non ci incontravamo spesso, tra di noi, perché ognuno era in giro per  concerti e non abitavamo nello stesso posto. Ma c’’è sempre stato grande rispetto reciproco: quando usciva un nuovo disco dei Sabbath lo ascoltavo semore con grande interesse. Lo stesso con gli Zeppelin, e ancora oggi seguo attentamente la carriera di Robert Plant: andiamo in direzioni differenti,  abbiamo influenze diverse ma resto un suo grande fan”.    

 

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