NEWS   |   Pop/Rock / 20/05/2011

Torna Christopher Cross: 'Per favore non chiedetemi le solite, vecchie canzoni'

Torna Christopher Cross: 'Per favore non chiedetemi le solite, vecchie canzoni'

"Il tempo vola", canta Christopher Cross in  apertura del nuovo album "Doctor Faith". Sono passati dodici anni  dal suo precedente disco di inediti e il cantautore texano, implacabile hit maker nei primi anni '80 ("Sailing", "Ride like the wind", "Arthur's theme"...) sembra determinato a riguadagnarsi un suo spazio dopo due decenni di relativo oblio. "Già, il tempo è volato e non me ne sono neanche accorto", riflette mentre fa colazione in un hotel milanese. "C'è stato di mezzo un divorzio, ci sono stati un album natalizio e un disco, 'The Cafè Carlyle Sessions',  che conteneva versioni acustiche e jazzate di vecchi pezzi. E poi continuo a suonare molto dal vivo, circa ottanta concerti all'anno. Prima di questo, ho pubblicato otto album di studio: i primi hanno avuto molto successo, i seguenti decisamente meno. Avendo lavorato seriamente come sempre, mi sono chiesto il perché e mi sono sentito un po' disilluso. Oggi che ho alle spalle un'etichetta che si prende cura di me, la Ear Music, mi è tornata voglia di incidere del materiale inedito: se non altro, so di avere finalmente la possibilità di farlo ascoltare in giro. Chris  Walden, che aveva curato le orchestrazioni delle Carlyle Sessions, è tedesco: è stato lui a farmi conoscere Michael Haentjes della edel. E il capo della Ear Music, Max Vaccaro, è un italiano un po' matto che ama la musica e capisce gli artisti. Mi ha solo chiesto di fare un bel disco, che al resto ci avrebbero pensato loro. Se sono tornato", scherza Christopher, "in un certo senso è colpa sua". Di "Doctor Faith" Cross parla come dell'inizio di un nuovo libro. Un'esperienza nuova: "E' il primo disco vero e proprio che mi produco da solo, dopo l'album natalizio di qualche anno fa. E ho riportato in primo piano la chitarra, il mio strumento. I primi album prodotti da Michael Omartian, che suonava negli Steely Dan, avevano un suono molto anni '80 e confinavano la chitarra in un ruolo marginale. Stavolta invece ho composto tutto alle sei corde, anche 'November' che poi ho trascritto per pianoforte. Per me è un modo nuovo di fare dischi, un po' alla Crowded House. Ed è diverso anche il mio approccio ai testi, ora che sono più vecchio scrivo di spiritualità, di politica, di quel che succede nel mondo. Insomma, di cose più serie. 'When you come home' è una canzone romantica ma è un'eccezione". Infatti: nel pezzo iniziale "Hey kid" Cross si rivolge alle nuove generazioni con un forte senso di autocritica nei confronti della sua: da dove nasce questa amarezza? "Ho scritto quel pezzo pensando alla situazione in cui versano oggi gli Stati Uniti, anche se credo che certi problemi siano universali. George W. Bush è stato terribile, ma Berlusconi non è molto meglio... Negli anni '60 eravamo idealisti. Pensavamo di cambiare il mondo ma non abbiamo ottenuto gran che. Ogni volta che John Lennon tentava di lanciare un messaggio pacifista lo criticavano o lo prendevano in giro. Gli otto anni di presidenza Bush hanno distrutto l'America, non siamo più una potenza imperialistica, all'orizzonte c'è la Cina che avanza e la nostra economia è agonizzante. Eppure si direbbe che non abbiamo imparato nulla: siamo ancora impegolati nelle guerre. E' confortante sapere che Bin Laden non è più in circolazione, ma celebrare la morte di qualcuno come si sta facendo da noi è una cosa orribile, non si fa altro che alimentare la cattiva immagine dell'America nel mondo. Obama mi piace, ma si è trovato in eredità una situazione impossibile. E poi, come molti, sono preoccupato dal futuro dei nostri bambini, dalle loro possibilità di guadagnarsi da vivere. Il messaggio della canzone è: ragazzi, non avete buone carte in mano da giocare ma è arrivato il vostro turno". E quando canta  "I'm too old for this",  mr. Cross, a chi si rivolge? Al music business o al mondo intero? "Anche quello è un pezzo politico. E il tema è la stanchezza di chi è stufo di lottare per rendere il mondo un posto migliore. E' frustrante, arrivare a un punto della vita in cui pensavi di poterti rilassare e goderti i frutti di ciò che hai fatto. E invece ti trovi di fronte agli stessi problemi e alle stesse stupidaggini, un sistema politico allo sbando  e una società impoverita: penso a un reality show come quello sulle sorelle Kardashian, gente senza talento che diventa famosa solo grazie alla bellezza. Guadagnano molto più di  Toni Morrison e di Maya Angelou...Beh, quando succedono queste cose vuol dire che la società ha perso la bussola".  Già che siamo in tema di disillusioni e di false promesse: è stata una benedizione o una maledizione, debuttare con un album da 6 milioni di copie premiato con quattro Grammy? "Me lo chiedono spesso.. E io rispondo che è stata una fortuna,  perché in questa professione il successo è un traguardo elusivo e difficile da raggiungere. Poco fa, la donna delle pulizie che mi ha rifatto la camera mi si è avvicinata per dirmi che ama la mia musica. Ecco, credo che a Tom Waits o a Randy Newman una cosa del genere non capiti: eppure sono musicisti fantastici per cui nutro una grande ammirazione. Quei primi hit hanno consolidato la mia popolarità. Mi hanno permesso di continuare a fare dischi e concerti, di incontrare  giornalisti e farmi promozione. Molti degli artisti che ammiro non sono mai arrivati a tanto. Un po' come succedeva una volta  ai compositori classici: Bach è molto più famoso oggi di quanto non fosse mentre era in vita". Perché a un certo punto il successo è venuto a mancare? "Non lo so, ma credo che ogni artista debba seguire la sua musa invece di provare a replicare sempre lo stesso album. Ecco perché Joni Mitchell è una figura così importante per me. Anche lei ha avuto molto successo, ai tempi  di 'Ladies of the canyon' e di 'Blue'. Poi, man mano che progrediva facendo dischi sempre più interessanti, perdeva in popolarità. Se continuassi a scrivere cose come 'Ride like the wind' non sarei sincero né con me stesso né con il pubblico. E la gente se ne accorgerebbe. In America abbiamo questa brutta abitudine: creiamo delle grandi star da un giorno all'altro, e una volta che sono al top le buttiamo giù. Guarda cosa è successo a Michael Jackson". Alla Mitchell Cross è così devoto da averle dedicato "Doctor Faith"... "Ho sei o sette idoli, ma Joni è il mio numero uno: la mia principale fonte di ispirazione nella scrittura dei testi, nella costruzione delle armonie, nel modo di gestire vita e carriera In 'Sailing', se ricordi, usavo delle accordature modali, e le ho imparate da lei. Stavolta ho voluta  ringraziarla.. Quando composi 'Back of my mind' per il mio quarto album gliela feci ascoltare, chiedendole di cantare la parte che avevo scritto pensando proprio alla sua voce. Fu gentile e mi disse di sì, poi non se ne  fece niente perché i suoi ritmi di lavoro sono piuttosto lenti e il tempo stringeva. Mi sembra che le mie canzoni le piacciano, mi ha sempre incoraggiato. Una volta le ho confessato di non riuscire a immaginare che la mia musica possa essere importante per la gente quanto la sua lo è per me. Mi ha consigliato di godermi quel che ho, un pubblico di fan che mi segue e mi apprezza". Lo abbiamo visto di recente, Cross, a "I migliori anni" di Carlo Conti, un programma tv incentrato sulla nostalgia e sul revival: non lo  infastidiscono le richieste di cantare le solite, vecchie canzoni? "Eccome se mi infastidiscono. Io la penso come Bob Dylan, mi interessano solo il presente e il futuro. Mi sono arrabbiato, in quella circostanza: l'accordo era che io cantassi 'Sailing', e che in cambio venisse mostrato alle telecamere 'The Cafè Carlyle sessions', il disco che avevo allora in promozione: finì invece che fecero vedere al pubblico il mio primo album. Recentemente sono stato ospite a 'Wetten, dass...?', un programma tv che in Germania fa dieci milioni di spettatori a puntata: mi hanno proposto un medley di tre vecchi successi ma ho potuto presentare anche il nuovo singolo. Con la  Ear Music ora ho un accordo chiaro: vado in tv solo se, in cambio di una vecchia hit, mi lasciano fare un pezzo nuovo. 'Sailing', 'Arthur' e 'Ride like the wind' sono già famose,  non hanno alcun bisogno di promozione". A proposito di "Arthur"... e il cinema?  "Molti anni fa ho lavorato sulla colonna sonora di 'Nothing in common', uno dei primi film di Tom Hanks  e l'ultimo interpretato da  Jackie Gleason. Dopo di che non ho più ricevuto proposte interessanti. E' sempre così: nel momento di massima popolarità ti chiamano per qualunque cosa, poi le offerte diminuiscono e diventano molto meno allettanti. Farei ancora musiche per film, se arrivasse una proposta stimolante. E accetterei di concedere le mie canzoni per la pubblicità, purché non si tratti di reclamizzare prodotti come armi o sigarette. Non ho niente in contrario a farmi sponsorizzare un tour, andare in giro a fare concerti è sempre più costoso. Ho dei figli da mantenere e da mandare al college. Qualcuno mi ha chiesto se ho mai fatto spese pazze: solo per gli alimenti alle mie ex mogli, direi".

 

 

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