Nicola Conte: 'Voglio portare il colore dei Sixties nel grigiore di oggi'

“Love & revolution”, amore e rivoluzione. Come in una poesia militante di Amiri Baraka, in un disco jazz di Max Roach o Pharoah Sanders, in una canzone di Nina Simone o dei Jefferson Airplane. Nicola Conte ha intitolato così il suo nuovo album in circolazione da qualche giorno (il primo per la storica etichetta Impulse!, dopo avere pubblicato anche per Blue Note): in omaggio a un vibrante spirito Sixties evidente negli espliciti richiami a una stagione magica del jazz, della canzone d’autore americana e della soul music.

  “Mi sono ispirato soprattutto al jazz più nero di quel periodo”, racconta. “Però in qualche modo c’entra anche il rock: .Bob Dylan è stato un riferimento importante soprattutto per i testi, dei Byrds in un primo momento avevo pensato di riprendere ‘Eight miles high’. A quell’epoca la musica non conosceva distinzioni di generi, era un sistema di vasi comunicanti: Roger McGuinn e David Crosby  ascoltavano John Coltrane; e il chitarrista ungherese Gabor Szabo, che incideva per la Impulse!, registrava ‘White rabbit’ dei Jefferson Airplane. Nel disco ho incluso una versione di ‘Scarborough fair’ di Simon & Garfunkel e molto ho attinto anche al soul socialmente consapevole di  Curtis Mayfield, di Donny Hathaway e del Marvin Gaye di ‘What’s going on’: gente che sapeva affrontare tematiche scottanti elevandole a una dimensione  molto poetica e spirituale”.
Ma oltre alla cultura afroamericana e alla California psichedelica, “Love & revolution” evoca tanti altri mondi: l’Africa nera, l’India, il Medio Oriente, rielaborati secondo con uno stile smooth e accattivante. “E con un tratto sempre un po’ surrealista. Non c’è musica etnica  come la intendiamo oggi, piuttosto il riferimento a un mondo immaginario. Quando compongo un brano come ‘Shiva’,  una sorta di mia visione psichedelica della divinità hindu, faccio un’operazione di pura fantasia”. L’Italia? “C’entra anche lei. Penso a un libro come ‘Fratelli d’Italia’ di Alberto Arbasino o all’opera di Pierpaolo Pasolini, di cui sento molto la mancanza: la voce autentica di una cultura alta, di una controcultura che non esiste più.”.
E dunque “Love & revolution” è un disco “politico”… “Sì, nel senso più autentico del termine. Affronta il tema del rapporto tra individuo e collettività, in un momento storico in cui i cittadini sono ridotti a meri consumatori: una logica che rifiuto. Credo che oggi parlare di spiritualità, di ideali, di amore universale e di rivoluzione culturale significhi fare avanguardia, porsi un passo avanti rispetto alla nostra esperienza quotidiana. Con questa musica cerco di suggerire che può esistere una dimensione più alta, rispetto al mero materialismo. Che ci sono altri orizzonti. E che tra  individui, religioni e culture diverse può esistere integrazione e non solo conflitto”.
Conte il suo credo lo ha messo in pratica: chiamando a raccolta a Bari (la sua città natale), nello studio di registrazione in cui il disco ha preso forma, un ensemble musicale multinazionale composto da cantanti e musicisti italiani, inglesi, francesi, tedeschi, scandinavi, ungheresi, americani…Una famiglia aperta e cangiante, che in occasione del debutto live, sabato 21 maggio al Teatro Piccinni di Bari, vedrà salire sul palco un gruppo di dieci elementi, la chitarra di Conte a fianco della tromba di Flavio Boltro e delle voci di Bridgette Amofah, Alice Ricciardi e Nailah Porter. “Più avanti lo show diventerà anche uno spettacolo visuale”, anticipa Nicola. “L’idea è di far interagire con noi, dal vivo, Giuseppe Palumbo, il grande disegnatore di fumetti che per me ha già curato le illustrazioni del sito, alcune copertine nonché il video del nuovo singolo. Abbiamo già fatto un esperimento al Comicon di Napoli, lui improvvisava sulla base dei dischi del mio set. E’ una strada che mi interessa: attraverso il disegno puoi suggerire un’atmosfera, un’estetica”. Che nella sua musica  è sempre un segno forte, essenziale; ma cosa resta, in tutto questo, del Conte dj e night clubber, a parte un brano danzabile come “Bantu”? “Molto. Per esempio nell’uso attento e moderno delle ritmiche e dell’elettronica, comunque decontestualizzato rispetto alle sonorità imperanti. Il ritmo detta l’atmosfera del brani. Un’idea decisamente da disc jockey. Poco europea e molto afroamericana, dai tempi di Coltrane: che intendeva il movimento della musica sia in verticale che in orizzontale”.
L’approccio è indiscutibilmente jazz: poche takes e registrazioni in presa diretta… “Anche se poi sono intervenuto in postproduzione. Ho cercato musicisti anche giovani, che sapevo non si sarebbero sentiti spaesati rispetto a questo procedimento. E’ stato un po’ come un gioco di scatole cinesi. Ho iniziato a lavorare con la sezione ritmica, poi con l’arrangiatore Magnus Lindgren abbiamo cominciato a modellare le canzoni. Quando sono arrivati gli altri musicisti, non volevo sapessero troppo di quel che avevamo in mente. Volevo che suonassero e basta. E dai primi approcci è scaturito l’impatto, la chimica giusta. Sarà che tutte le sere ci ritrovavamo insieme a cena: mi dicono che non lo fa quasi nessuno”.
Conte è entusiasta dell’esperienza, tanto che progetta già un “volume due”.  “Non avevo mai lavorato prima con ensemble così numerosi, ‘Love & revolution’ è stato un esperimento che ho intenzione di ripetere.  Cercherò musicisti di altre parti del mondo, esplorerò alcune direzioni che stavolta non ho avuto tempo di approfondire. Voglio continuare ad evocare un mondo  mistico e misterioso. E pieno di colore, mentre oggi ho la sensazione che su di noi sia scesa una cappa di grigiore”.

 

 

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