Buon sangue non mente: il debutto di Teddy Thompson

Buon sangue non mente: il debutto di Teddy Thompson
Chi si aspettava un’appendice alla gloriosa saga folk-rock di famiglia (gli illustri genitori, Richard e Linda Thompson, furono all’avanguardia di quel movimento per tutti gli anni ’70 e i primi ’80), resterà irrimediabilmente deluso. Chi invece è alla ricerca di voci nuove in grado di rinfrescare il panorama cantautorale del 2000 saluterà con soddisfazione il debutto di Teddy Thompson, ventiquattrenne secondogenito della coppia.
La storia personale del ragazzo, che da anni vive a Los Angeles, e le sue passioni musicali (country e rock’n’roll dei primordi accanto alle espressioni più raffinate del pop anni ’80 e ’90), spiegano bene i contorni del suo primo album omonimo, che la Virgin italiana ha pubblicato il 20 ottobre scorso: le undici canzoni del disco battono le strade del cantautorato classico americano e del pop d’autore, con James Taylor, Jackson Browne e Crowded House a segnare i confini di una ispirazione che non dimentica la “musica delle radici” (una versione della “I wonder If I care as much” degli Everly Brothers, cantata in coppia con Emmylou Harris, chiude il lavoro come traccia nascosta). “Mentre crescevo, ero molto più interessato alla musica americana che a quella inglese: gli Everly Brothers e Buddy Holly, Chuck Berry e Hank Williams. In questo, ho preso molto dai miei genitori” conferma Teddy, incontrato da Rockol durante un breve passaggio promozionale in Italia che lo ha visto esibirsi ai microfoni di Radiorai e Radio Popolare e negli studi televisivi di “Perepepè” (in onda il 9 novembre). E le influenze sono state ben assimilate: “Teddy Thompson” è un disco intrigante, scandito da ballate elettroacustiche e prevalentemente intimiste, di tono spesso sommesso e mood prevalentemente malinconico. “Probabilmente – spiega l’autore – il tono è così omogeneo perché queste canzoni sono nate prima di firmare un contratto discografico e senza pensare al fatto che potessero finire un giorno su un album. E poi, lo ammetto, non sono mai stato un tipo estroverso: sono quieto e riflessivo, potrei quasi definirmi un depresso con una spiccata inclinazione al sarcasmo…” (un’altra eredità paterna?)
Se la strada che ha preso è differente, i legami familiari restano forti per Teddy, il quale ha appena registrato un duetto con mamma Linda per un disco-tributo dedicato ai Watersons, famiglia regina del folk inglese; mentre le chitarre di papà Richard, con cui il giovane Thompson ha vissuto le prime esperienze professionali sul palco e in studio, regalano un tocco inconfondibile a metà delle selezioni dell’album. “E’ una tradizione delle famiglie musicali di estrazione folk, quella di suonare insieme e scambiarsi esperienze musicali. Io e i miei genitori non facciamo eccezione”. Ma non sono queste le uniche intime relazioni a contrassegnare un disco che, accanto alla Harris (“abbiamo registrato in diretta, solo noi e le nostre chitarre, e mi sembrava un peccato non pubblicare la canzone”), vede tra i protagonisti l’altro figlio d’arte Rufus Wainwright (“siamo molto amici, e l’idea alla base di ‘Missing children’ è sua”) e il produttore Joe Henry (“ha lasciato sostanzialmente inalterata la mia scrittura, ma è stato essenziale nel suggerire i dettagli e nell’aggiustare la metrica di alcune canzoni”).
Un debutto in punta di piedi, che potrebbe immeritatamente passare inosservato nel fragore del baraccone pop. “Sarei contento se il disco vendesse abbastanza da spingere i miei discografici a darmi ancora fiducia in futuro”, confessa Teddy. “Per me, è solo un primo passo, e sono convinto di essere già migliorato molto da quando l’ho inciso, soprattutto dal vivo. Voglio prendermi il tempo necessario per crescere: sarebbe bello vendere milioni di dischi, ma non subito”.
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