Low: 'Nella nostra musica c'è l'isolamento del Nord americano'

Low: 'Nella nostra musica c'è l'isolamento del Nord americano'

Molte grazie, Robert Plant. Dal 1994 in poi i Low di Alan Sparhawk e Mimi Parker, coppia unita dalla musica, dalla fede (sono entrambi mormoni), da un matrimonio e da due figli,  si sono costruiti con pazienza e gradualità un seguito di culto tra i fan della scena slowcore americana (ma ditelo sottovoce, a loro quella parolina non piace un gran che). C’è voluto l’ex cantante dei Led Zeppelin, però, per portarli all’attenzione di un pubblico più vasto, incuriosito dall’inclusione nell’album “Band Of Joy” di due  cover pescate da “The great destroyer”, il loro album datato 2005. Una sorpresa? “Eccome, non ne sapevamo niente e siamo rimasti spiazzati”, spiega Alan al telefono da Duluth, Minnesota. “Qualcuno mi aveva riferito che Plant apprezzava i Low. Mi avevano anche raccontato che è un grande collezionista di dischi, un ascoltatore onnivoro e appassionato. Siamo andati a trovarlo dopo un suo concerto, un paio di settimane fa, ed è stato molto carino. Ci ha fatto molti complimenti, abbiamo parlato di musica e canzoni. E in effetti, dopo l’uscita del suo disco, ai nostri show si vedono delle facce nuove”. Sono piaciute, alla band, le sue reinterpretazioni? “ ‘Silver rider’ è molto bella. Ma quando ho sentito che aveva inciso ‘Monkey’ ho pensato che fosse una follia. Mi chiedevo cosa ne sarebbe venuto fuori, in chiave heavy rock blues…e invece la sua versione è persino più tranquilla della nostra!”.
Eppure il nuovo album dei Low per la Sub Pop, “C’mon”, conferma che la band è cambiata, rispetto al minimalismo scheletrico e ai suoni sussurrati dei primi dischi… “E’ stato un processo naturale. Quando abbiamo iniziato eravamo molto giovani e naif. L’essenza del nostro stile rimane una musica molto semplice ed essenziale, ma col tempo siamo cresciuti. Credo che chi ci segue dall’inizio abbia potuto verificare che abbiamo imparato gradualmente come si registra un disco, come produrre musica migliore. Negli ultimi anni siamo diventati più sperimentali e abbiamo voluto metterci alla prova, cercando nuove strade di espressione. Sotto molti punti di vista ‘C’mon’ è l’opposto del nostro disco precedente, ‘Drums and guns’: mentre lì avevamo cercato intenzionalmente un suono più elettronico, diverso da quello che proponiamo dal vivo, stavolta abbiamo optato per un sound molto più pulito. Il noise è quasi scomparso, e così la tensione che aleggiava sulla musica. Scrivendo le nuove canzoni ci siamo resi conto che erano più intimiste, più graziose, e che richiedevano arrangiamenti diversi: ne è risultato un disco dai suoni più caldi”.
Nel frattempo erano passati tre anni e mezzo, che Sparhawk e Parker (ultimamente raggiunti nei Low dal bassista Steve Garrington, l’ultimo in ordine di tempo di una lunga serie) hanno impiegato scrivendo tra l’altro le musiche per “Heaven”, un balletto diretto dalla coreografa Morgan Thorson: “Anche quella”, mormora Sparhawk nel suo tono di voce profondo e baritonale, “è stata una sfida, un mettersi alla prova. Ne è venuta fuori una musica molto meno strutturata, spesso nata da improvvisazioni: cosa assolutamente inusuale per i Low, perché io e Mimi solitamente lavoriamo molto sulla composizione. E’ stata un’esperienza interessante, molto più che ripercorrere territori a noi familiari”.
Con ‘”C’mon” la band  ha tentato invece  un compromesso tra tradizione e innovazione: tornando (come ai tempi di “Trust”, 2002) a incidere al Sacred Heart Studio, una chiesa sconsacrata dai grandi riverberi naturali, ma affidando il missaggio e i tocchi finali a un produttore esperto come  Matt Beckley (figlio di Gerry degli America). “Lo studio si trova molto vicino a casa nostra, cinque minuti a piedi dalla nostra abitazione. Cosicché ci potevamo stare un paio d’ore, tornare a casa e riflettere su cosa avevamo appena inciso su nastro. Se resti rinchiuso quattro giorni di fila a registrare senza fermarti mai non puoi avere una prospettiva obiettiva e distaccata sul tuo lavoro. Così invece abbiamo avuto il tempo di riascoltarci, di ‘muoverci’ per lo studio e verificare come cambiava il suono. Poi ci siamo trasferiti a Los Angeles, da Matt, per avere un altro punto di vista. Per approfittare della sua esperienza nella registrazione di dischi  pop e nelle moderne tecniche engineering, completamente diverse dal nostro modo di operare abituale. Ha fatto un lavoro eccellente, ha portato sfumature particolari alle canzoni. E credo che sia proprio il contrasto tra i nostri stili a rendere il disco interessante”. E Nels Cline dei Wilco, ospite in alcuni pezzi con la sua chitarra?  “E’ un vecchio amico, ogni volta che ci incontriamo ci diciamo che dobbiamo fare un disco insieme…E’ capitato che passasse un giorno a Los Angeles durante il suo tour con Yoko Ono mentre anche noi ci trovavamo lì in studio. Su ‘Done’ ha aggiunto una meravigliosa lap steel: perfetta per una canzone che non definirei country ma puramente americana,  ispirata a una visione romantica della vita di frontiera, dura e semplice, del vecchio West… . E poi è merito suo la deflagrazione fnale di  ‘Nothing but heart’…”.
I cori di Mimi e Alan, invece, sono da sempre  un marchio di fabbrica della band… “Ci viene naturale cantare così, e spero che l’effetto sia convincente. Il fatto è che ci conosciamo da quando avevamo nove anni (oggi ne hanno rispettivamente 42 e 43, ndr),, abbiamo cantato moltissimo insieme, fatto tanti concerti. Per Mimi cantare in duo è molto naturale, sa gestire bene i tempi e il fraseggio. Ma cerchiamo sempre di trovare nuovi modi per farlo, di non ripeterci troppo”.
Crescere a Duluth li ha assoggettati al mito di Bob Dylan? “Non più di tanto, ho cominciato ad ascoltarlo attentamente solo di recente: in particolare il periodo con la Rolling Thunder Revue. Cos’abbiamo in comune? Mah, forse quel senso di isolamento nella musica che riflette la collocazione all’estremo Nord della nostra area geografica di provenienza, qualcosa che mi sembra di sentire anche nelle canzoni di Neil Young. Il venire da una regione di frontiera soggetta ai capricci del clima, dove gli elementi naturali possono ucciderti da un momento all’altro”. Magari ci sarà qualche sua cover, nel tour europeo che inizia tra qualche giorno senza toccare l’Italia? “No, non abbiamo cover in scaletta. Però di recente abbiamo rifatto ‘Africa’ dei Toto”.

 

 

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