'Dancer in the dark': quando la musica è la realtà giusta

'Dancer in the dark': quando la musica è la realtà giusta
Ci eravamo lasciati dopo l’ascolto di “Selmasongs”, colonna sonora firmata da Bjork protagonista del film “Dancer in the dark” di Lars von Trier, con un interrogativo, ovvero come fosse possibile una colonna sonora in un film-“Dogma”, che per sua stessa ammissione sceglie la semplicità come canone stilistico. Ebbene, la visione del film di von Trier, Palma d’Oro all’ultima edizione di Cannes, svela il mistero. “Dancer in the Dark” è un film a doppio binario: da un lato riprende una serie di tecniche cinematografiche (quelle inquadrature con telecamera a mano, sfuocate, mosse, da film amatoriale) e di discorsi sottintesi alla narrazione filmica cui von Trier ci aveva già introdotto in precedenti suoi lavori (in particolare, come in “Le onde del destino” qui si torna a parlare del sacrificio d’amore). Dall’altro si abbandona, in una serie di momenti ben circoscritti del film, alla musica intesa come piacere, gioco, divertimento anche visivo, come via di fuga in un mondo parallelo più buono, più giusto, più ordinato, più colorato di una realtà che invece non dà scampo ai protagonisti della vicenda narrata.
Il film si apre con un primo omaggio alla musica: uno schermo nero, senza immagini, riempito solo dalle note dell’introduzione sonora pensata da Bjork. E’ come se von Trier riconoscesse fin dall’inizio l’inconciliabilità del suo modo di intendere l’arte cinematografica con la musica, che infatti è assente per gran parte del film. Come tipico delle pellicole del regista danese, non c’è una colonna sonora. Ma il film stesso, attraverso le fantasie della protagonista Selma, che sono fantasie musicali (visto anche che la nostra eroina va incontro a una progressiva cecità), prende in certi momenti delle svolte in cui protagonisti diventano inaspettatamente i suoni della realtà. I rumori di una fabbrica, quelli delle matite su dei fogli d’un tratto diventano ritmi che poi evolvono in melodie e infine in coreografie, ovvero nella realtà piegata alla musica.
E’ un omaggio al musical, “Dancer in the dark”, al musical inteso come cinema che sceglie di assoggettare l’immagine al suono e così facendo si distacca dalla realtà e dalle sue regole, dalle sue tragedie, per trasformarsi in sogno.
Un solo momento vede la musica integrarsi nella narrazione principale della pellicola, ed è il momento più intenso, quello della conclusione (che ovviamente non anticipiamo), quello in cui, come tipico del cinema di von Trier, non può esserci un lieto fine. Anche se, anche questa volta, il sacrificio, pure necessario, non è stato inutile.
Un’ultima considerazione, infine, per la prova di attrice di Bjork, che se all’inizio della pellicola sembra un po’ fare il verso a se stessa, con il procedere del film è sempre più Selma e sempre meno Bjork, anche quando canta, riuscendo a restituire con un’autenticità rara (che le deve essere costata parecchio) tutta la tensione di un personaggio contraddittorio e difficile, generoso fino al sacrificio, forte e determinato ma al tempo stesso di un fragilità capace di commuovere.
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