A ben quattro anni di distanza dal pluripremiato “Bringing down the horse”, Jakob Dylan e soci tornano sulla breccia. Questo uno dei molteplici significati di un titolo che suona come una dichiarazione d’intenti. Il cantante, in recenti interviste, ha anche dichiarato che il termine rimanda al tono più aperto e diretti delle canzoni. Canzoni in cui, per la prima volta, non ha avuto paura ad aprirsi un varco (una breccia, appunto) e parlare in prima persona.
E’ cambiato, Jakob Dylan, e lo si nota anche dalla facilità con cui negli tempi ha parlato del rapporto con cotanto padre (vedi news). Già, ma la musica? Ad un primo ascolto, “Breach” conferma i Wallflowers come uno dei migliori gruppi di rock americano “tradizionale” emersi negli ultimi anni. Insieme ai colleghi Counting Crows (con cui duettarono nel precedente album), sono stati i più convincenti a rivitalizzare la musica dei “padri” Springsteen, Dylan, Petty, etc. Detto questo, però, bisogna rilevare che “Breach” appare anche un pò meno geniale del suo predecessore. Le grandi canzoni ci sono -l’iniziale ”Letters from the wasteland”, la seguente ”Hand me down”, “Murder at 101” (sembra un vecchio brano di Elvis Costello che, guarda caso, è presente ai cori). Ma l’impatto generale è minore. Forse, però, va anche considerato che sono cambiati i tempi. L’ondata di revival del rock che spinse anche gruppi come Hootie & The Blowfish è finita, sommersa dall’avvento delle boy bands. Se i Wallflowers aspirano a ripetere il successo del multimilionario predecessore, “Breach” farà molta fatica. Se, invece, l’aspirazione era quella di consolidarsi nel pantheon del rock americano, il bersaglio è centrato in pieno.