David Gray, dall’oblio al successo: cronaca di una giornata milanese

David Gray, dall’oblio al successo: cronaca di una giornata milanese
“A che ora ti sei alzato stamattina?”
“Alle 5.30, tempo di prendere l’aereo, arrivare qui, fare le interviste, poi il soundcheck e il concerto questa sera. Domani mattina alle 6 mi passano a prendere. Destinazione Madrid, si ricomincia.”
Ordinaria amministrazione, o quasi, per David Gray. Anni di oblio, di dura gavetta, poi il successo, tutto assieme. Chi per anni non ti ha ascoltato ti vuole ascoltare, chi non ti ha mai intervistato ti vuole intervistare. Un disco, “White ladder”, che staziona da tre mesi nella top 10 inglese, riscoperto dal grande pubblico a più un anno dalla sua pubblicazione (era uscito a fine ’98). Così David fa tappa anche in Italia. Ieri, 3 ottobre, è passato da Milano: interviste di giorno, un breve concerto alla sera.
“La mia carriera era in parabola discendente. Ora la parabola sta diventando ascendente”, spiega David, aria leggermente assente da chi ha dormito poco e parlato troppo. “La gente sta prendendo sul serio la mia musica, viene ai miei concerti, questo fa piacere. Ho lavorato duro, suonato un sacco anche al tempo dei primi tre dischi, ma il clima era diverso. Solo quest'anno ho fatto tre tour americani, sale esaurite, gente che cantava i miei pezzi, Certo è tutto più facile, quando hai gli occhi puntati addosso, E' anche più stressante, ovviamente.”
Come dargli torto? Quando, ieri sera, David si è esibito in un locale milanese alla moda, lo stress si è visto tutto: metà della gente -qualche VIP compreso- davanti ad ascoltare le sue canzoni e la sua incredibile voce. Gli altri in fondo, al bar, a parlare a voce alta. “State zitti, lasciate ascoltare la musica a chi è davanti”, ha provato a fare la voce grossa. Ha quasi perso le staffe. Niente da fare: è uscito visibilmente alterato, senza tornare per un bis. Ma non importa. E’ bastata la mezz’ora di concerto, le sei canzoni di “White ladder” suonate, per capire di che pasta è il cantante: una voce quasi soul, melodie pop, chitarre folk e ritmi elettronici. “I miei primi dischi erano più folkeggianti”, aveva spiegato a Rockol qualche ora prima David. “Dopo il terzo sono arrivato ad un punto in cui mi sono detto: dove vado facendo solo rock? Tutto è già stato detto e fatto. Avevo capito che quel suono non aiutava l'intimità della mia musica. Così mi sono chiesto come potevo sviluppare diversamente le mie canzoni. Ho iniziato a lavorare più strettamente con Clune, il mio batterista. Ci siamo messi a giocare con loops, drum machine, e creare atmosfere in questo modo. Era una cosa che stavamo sperimentando da anni senza averla mai messa su disco. Le prime canzoni fatte in questo modo mi sembravano ottime, così abbiamo continuato su questa strada, e tutto è cresciuto naturalmente. La mia è un elettronica delicata, che aiuta le canzoni e sia adattava di più alle mie melodie che non un organo hammond...”
Schegge melodiche impazzite su ritmi mai invadenti: anche dal vivo “Please forgive me”, “Babylon” e “Sail Away” sono piccoli gioielli, di quelli che ti fanno chiedere come mai nessuno si sia accorto di lui. Eppure “A century ends” (1993), “Flesh” (1994) e “Sell, sell, sell” (1996) mostravano già tutto il talento di questo songwriter. Che, per non perdere le proprie origini, ha da poco pubblicato (ma solo in Irlanda e Inghilterra) un nuovo disco, totalmente acustico, “Lost songs” “E’ più un archivio di canzoni che il seguito di ‘White ladder’. Dopo ‘Sell, sell, sell’ avevo scritto un sacco di canzoni, e sapevo che le avrei perse se non le avessi incise subito. Così ho fatto il disco in due settimane, dal vivo e senza sovraincisioni. Non credo, però, che questa sarà la strada del prossimo disco. Continuerò ad usare l'elettronica. Ho appena iniziato a sperimentare, ora sono riuscito a comprare un equipaggiamento vero e ci sarà da divertirsi. Andrò in studio da gennaio a marzo, poi ci tornerò dopo l'estate. Oddio, fa un certo effetto fare programmi così a lungo termine…”, ride…
Per chi volesse vederlo, David Gray tornerà presto in Italia. Non per un proprio concerto, putroppo, ma come spalla dei Corrs il 7 novembre al Palavobis di Milano. Speriamo che questa volta il pubblico, tutto il pubblico, lo ascolti. Se lo merita.
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