NEWS   |   Pop/Rock / 30/09/2000

L'ultima volta degli Smashing Pumpkins in Italia: la recensione del concerto di Milano

L'ultima volta degli Smashing Pumpkins in Italia: la recensione del concerto di Milano
Qual è il vero Billy Corgan? Quello che, con una lunga tunica bianca, imbraccia una chitarra acustica e suona melodiche ballate? O quello che, con un egual costume nero e armato di un’elettrica, si getta a capofitto in un furioso rock? La risposta soffia nel vento, per citare il Poeta… Come un novello Dylan dell’hard rock, Corgan cambia faccia facilmente ed è solito avventurarsi in ardite rivistazioni del repertorio degli Smashing Pumpkins, talvolta spingendosi fino al limite della distruzione della proprie canzoni.
Il concerto tenutosi a Milano ieri, 29 settembre, verrà probabilmente ricordato come l’ultimo in Italia dei Pumpkins, sempre che Corgan mantenga la sua promessa di sciogliere il gruppo a fine anno. Terzo di un mini tour di tre date italiane iniziato martedì a Roma, si è svolto in una affollatissimo e accaldatissimo Palavobis. E, paradossalmente, si è rivelato come l’esibizione più equilibrata di sempre del gruppo in terra nostrana. Lontano dalla psichedelia progressive del tour di “Mellon Collie”, dalle atmosfere new wave dei concerti di “Adore” e dalla furia heavy metal della data milanese che lo scorso Gennaio anticipò l’uscita di “Machina – The machines of God” , il concerto si è diviso equamente tra le molteplici sfacettature del gruppo, come una sorta di celebrativo canto del cigno.
La band attacca con un set acustico. Qualche canzone, Corgan esce di scena, torna nerovestito e si lancia in una micidiale sequenza hard rock. Si passa indifferentemente dalle atmosfere acustiche di “To Sheila” e “Disarm” alla psichedelia jazzata di “Blue skies bring tears” alla furia di “The everlasting gaze” e “Bullet with butterfly wings”. Quest’ultima è una delle poche canzoni dylaniate della serata; le altre sono stranamente fedeli alle versioni originali. Come annunciato, c’è persino spazio per alcuni brani da “Machina II- The friends & enemies of modern music”: le rabbiose “Glass Theme” e “Cash Car Stars”, una delicata “If There is a God” e la sognante “Speed kills”, accolte, per la verità, con discreta freddezza da un pubblico altrimenti entusiasta. Dopo due stupende versioni di “Cherub rock” e “1979”, Corgan saluta il pubblico italiano. Presenta i suoi compagni d’avventura (i soliti: James Iha, James Camberlin, Melissa Auf Der Mar, più due tastieristi aggiunti), si lancia in una pantomima teatrale che prevede i ringraziamenti di rito (“Italia, siete un paese fantastico”, “Grazie per averci seguito per dieci anni”, etc.) e le uscite e ritorni sul palco per prendere gli applausi.
E’ un istrione, Corgan. L’annunciatissimo tour finale dei suoi Pumpkins suona come l’illusione di celebrare da vivi il proprio funerale. Eppure, per quanto gli Smashing Pumpkins siano stati uno dei gruppi chiave degli anni ’90, con loro non muore il rock nato in quella stagione. C’è chi sa ancora portarlo avanti senza tante drammatiche rappresentazioni. Anche se proprio per queste cose, gli Smashing Pumpkins ci mancheranno.
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