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NEWS   |   Industria / 16/04/2011

I Pink Floyd nell'obiettivo: le foto rock di Jill Furmanovsky

I Pink Floyd nell'obiettivo: le foto rock di Jill Furmanovsky

Molto talento, un pizzico di sfacciataggine, la fortuna di trovarsi al posto giusto nel momento giusto. Così Jill Furmanovsky, promotrice del collettivo Rockarchive che in collaborazione con  Photographia e la Galleria Galetti  ha allestito a  Milano la mostra sui Pink Floyd “Just another brick in the wall” (aperta fino al 20 aprile, ingresso libero tutti i giorni dalle 11 alle 19), è diventata una delle firme più prestigiose della fotografia rock. A dodici anni, nel 1965, si trasferì dalla natia Rhodesia all’Inghilterra a seguito della famiglia trovandosi scaraventata nel turbine della  Swinging London. “Mi iscrissi subito al fan club dei Beatles, diventando una di quelle teenager scatenate che sostavano giorno e notte davanti agli studi di Abbey Road” ricorda oggi, gentilissima e paziente nel raccontare per l’ennesima volta la storia della sua vita racchiusa nel libro autobiografico “The moment – 25 years of rock photography” (1995). “A un certo punto arrivavano loro, i Fab Four, sulle loro Mini con i vetri scuri e di colore diverso una dall’altra. Qualche volta si fermavano a firmare autografi o a farsi fotografare. La prima foto che scattai a Paul McCartney la feci davanti a casa sua, in Cavendish Avenue, con una Kodak Instamatic”. Passa qualche tempo e a diciannove anni, mentre ancora frequenta la scuola d’arte,  Jill inizia a lavorare come fotografa ufficiale al celebre Rainbow Theatre, il tempio rock di North London in Seven Sisters Road. “Studiavo disegno tessile alla Central School of Art& Design e dovevo frequentare un corso di due settimane in fotografia, che ai quei tempi non era considerata un’arte ma una specializzazione tecnica. Nel mio istituto non esisteva un diploma specifico, ma tutti gli studenti la studiavano come complemento tecnico alla professione. Dal primo giorno mi innamorai della macchina fotografica: avevo trovato qualcosa che mi piaceva e in cui sentivo di poter diventare brava. Agli inizi ero totalmente incapace…ma imparavo in fretta. Al termine della prima settimana andai al Rainbow a vedere suonare gli Yes. Mi portai dietro la macchina fotografica in dotazione al college e scattai foto dalla galleria. Vidi i fotografi professionisti stipati nel pit davanti al palco e li raggiunsi. La mia attrezzatura era professionale e nessuno mi fermò. Finii il mio primo rullo. Alla fine del concerto qualcuno mi chiese se ero una professionista e se avrei voluto lavorare lì. Risposi di sì a entrambe le domande. E così, dopo una settimana appena di corso, mi ritrovai con  un lavoro, sia pure non retribuito, e un pass di accesso “all areas” con il mio nome stampato sopra. Avevo il privilegio di poter assistere anche ai soundcheck: vidi provare i Faces, i Pink Floyd, persino i Monty Python. Me ne stavo nell’ombra, pronta a mettermi in azione. Tra il 1972 e il 1973, al Rainbow, ho fotografato ottanta concerti, in seguito molte delle mie stampe sono state esposte alle pareti del teatro. In un certo senso quella è stata la mia prima galleria”.

Ottanta concerti… i migliori? “I Pink Floyd che eseguivano ‘The dark side of the moon’.  Bill Withers da solo con la chitarra acustica. Liza Minnelli che si esibiva mentre Peter Sellers la osservava dal lato del palco. E Van Morrison con la Caledonia Soul Orchestra, formidabile: cinque serate di fila. A volte c’era il divieto di fotografare…ma io sparivo nel buio dei corridoi e in galleria, mi inseguivano ma non riuscivano a scovarmi. E’ stato un periodo  molto divertente”. Difficile essere una ragazza, nel mondo prevalentemente maschile del rock? “Un po’ sì e un po’ no. In un certo senso essere una femmina mi faceva sentire meno minacciata. E il mio problema principale non era essere donna, ma essere giovane e inesperta. Quando sei giovane hai poca fiducia in te stesso: per me gli artisti che incontravo nei camerini erano come divinità a cui non osavo avvicinarmi né rivolgere la parola. Sentivo una netta separazione tra me e loro”. Anche attrazione? “Mi interessava la musica, ovviamente, e mi interessavano i musicisti. Ma più di tutto mi interessava la fotografia. Volevo diventare un’ottima professionista ed essere presa sul serio. Quello era il mio obiettivo principale. I miei veri eroi erano fotografi come Barrie Wentzell e Michael Putland”.

Il rock è sempre stato considerato un soggetto molto fotogenico: condivide, Jill? “Certamente. Soprattutto dal vivo,  e soprattutto una volta quando si poteva stare sotto palco a scattare per tutta la durata del concerto: non sai mai quando arriva il momento buono, devi sempre essere pronto. Barrie se ne stava al bar per tutto lo show e si appostava solo durante i bis. Il momento in cui si accendavano le luci, il pubblico impazziva e gli artisti si spremevano fino all’ultima goccia di sudore. Tornava nella mischia, faceva fuori mezzo rullino e alla fine aveva in mano le foto migliori. All’epoca non avevi macchine a motore, non c’era l’autofocus, dovevi anticipare d’istinto il momento in cui l’artista avrebbe spiccato un balzo o sarebbe successo qualcosa di spettacolare”. L’archivio di Rockarchive.com, che colleziona gli scatti di oltre 60 fotografi (consultabili sul sito Internet di Photographia), conserva molti di quei momenti magici: quasi sempre immortalati in bianco e nero. “Così voleva il gusto prevalente dell’epoca. Ma negli anni ’70 c’era anche un problema tecnico: il colore, dopo un po’, tendeva a dileguarsi. Consegnavi le diapositive a colori ai giornali o ai manager dei gruppi  e non le  vedevi più. Ti restavano i negativi, per questo gran parte del materiale d’archivio è in bianco e nero. Ho ancora in casa delle foto a colori, ma il 99 % si sono rovinate. E ho  in mente una fantastica foto di James Brown, sudatissimo e vestito di rosso, che è andata irrimediabilmente perduta”.

Furmanovsky ha fotografato chiunque: le star del rock e del progressive, i gruppi punk, gli Oasis (di cui è stata fotografa ufficiale), i Muse. Ma i Pink Floyd conservano un posto speciale nel suo cuore: come li conobbe? “Tutti gli studenti di fotografia, allora, andavano allo studio Hipgnosis a mostrare il loro portfolio. Il loro ufficio in Denmark Street era terribile, come toilette usavano un lavandino…Mostrai il mio lavoro a Storm Thorgerson, che in seguito ha raccontato di avermi scelto anche perché avevo un bel paio di tette… Così, in quell’occasione, mi avvantaggiai del fatto di essere donna. Ma non sono mai stata una groupie. Ero sempre vestita di nero, con abiti che non evidenziavano per nulla le mie forme. Alla fine mi unii al gruppo che doveva seguire il tour di ‘Dark side’ nel 1974”. La finalità ultima era la realizzazione di un libro-documento che non vide mai la luce: “Nick Sedgwick, un amico di Roger Waters, era stato incaricato di scrivere i testi; Storm, Aubrey ‘Po’ Powell e Peter Christopherson di Hipgnosis di fare le fotografie, e io di assisterli. Viaggiammo in treno su e giù per l’Inghilterra per sei settimane. Storm mi faceva correre come una matta: ‘Presto, muoviti, c’è Roger che gioca a golf, vai a fotografarlo!”. Era una totale frenesia, ma era affascinante poter cogliere il gruppo  nella sua intimità. I Pink Floyd erano un club molto esclusivo, nel backstage erano ammessi solo gli amici più intimi e non si vedeva neanche un discografico. Non si cambiavano d’abito per andare in scena, non erano ‘fatti’ come tanti altri musicisti rock. Anzi, erano degli sportivi praticanti: Roger giocava a golf, gli altri a squash, se in tv c’era il match del giorno cercavano di finire il concerto in tempo per guardarlo… La musica, ovviamente, era sublime, lo staff tecnico di assoluta eccellenza. Non si parlava molto, a dire il vero, anche se negli anni ho avuto modo di conoscere bene Nick Mason, che oggi siede nel consiglio di amministrazione di Rockarchive.  Non mi accorsi di tensioni striscianti all’interno del gruppo se non ai tempi di  ‘The wall’. Intanto avevo imparato un po’ a conoscerli: in studio Roger era sempre di fronte al mixer,   si era ritagliato un ruolo da produttore. Mi faceva un po’ paura, mi intimidiva e mi sentivo troppo nervosa per avvicinarlo: capitava a molti, e credo che lui ci giocasse un po’. Se guardi le sue vecchie foto, sembra l’uomo più incavolato del mondo.  Quelle immagini del 1972 in cui percuote il gong con l’aria da pazzo mi terrorizzano ancora! E’ ironico il fatto che i punk considerassero i Floyd espressione della vecchia scuola, quando Waters poteva essere considerato un punk ante litteram…Oggi è sicuramente più disponibile ed estroverso, ma già allora era una persona estremamente brillante, affascinante da ascoltare.  Richard Wright era terribilmente timido ma a suo modo  geniale: ascolta le sue tastiere sull’album ‘Wish you were here’… Nick, come Ringo Starr, non era il batterista più tecnico del mondo: ma sapeva che dall’essenzialità poteva ricavare il meglio per il suono della band.  E David, oltre a essere di bell’aspetto, creava con Roger una combinazione chimica speciale… La dolcezza della sua voce e della sua chitarra bilanciavano perfettamente la rabbia, l’aggressività e la profondità intellettuale di Waters.  La dinamica tra loro due rappresenta per me l’essenza dei Pink Floyd. L’ho rivista in azione durante le prove del Live 8: fu il potere della musica a far scomparire d’incanto le vecchie animosità”.  I Floyd, però, erano famosi per essere nemici dell’obiettivo e della macchina fotografica. “E’ vero. L’unica foto che sono riuscita a fargli a ranghi completi è quella del Live 8, e anche quello fu un problema: ci riuscii solo grazie alla buona volontà di Jon Carin, di Dick Parry e delle coriste che quella sera li accompagnavano sul palco. Storm conserva qualche foto dei Floyd in gruppo, ma si tratta di rarità. Ho sempre trovato fantastica la loro capacità di nascondersi, di diventare persone normali che potevano andare a far compere senza essere disturbate da nessuno. Dei fotografi, loro, non hanno mai avuto bisogno. Geniali”.