I Pink Floyd nell'obiettivo: le foto rock di Jill Furmanovsky

Molto talento, un pizzico di sfacciataggine, la fortuna di trovarsi al posto giusto nel momento giusto. Così Jill Furmanovsky, promotrice del collettivo Rockarchive che in collaborazione con  Photographia e la Galleria Galetti  ha allestito a  Milano la mostra sui Pink Floyd “Just another brick in the wall” (aperta fino al 20 aprile, ingresso libero tutti i giorni dalle 11 alle 19), è diventata una delle firme più prestigiose della fotografia rock. A dodici anni, nel 1965, si trasferì dalla natia Rhodesia all’Inghilterra a seguito della famiglia trovandosi scaraventata nel turbine della  Swinging London. “Mi iscrissi subito al fan club dei Beatles, diventando una di quelle teenager scatenate che sostavano giorno e notte davanti agli studi di Abbey Road” ricorda oggi, gentilissima e paziente nel raccontare per l’ennesima volta la storia della sua vita racchiusa nel libro autobiografico “The moment – 25 years of rock photography” (1995). “A un certo punto arrivavano loro, i Fab Four, sulle loro Mini con i vetri scuri e di colore diverso una dall’altra. Qualche volta si fermavano a firmare autografi o a farsi fotografare. La prima foto che scattai a Paul McCartney la feci davanti a casa sua, in Cavendish Avenue, con una Kodak Instamatic”. Passa qualche tempo e a diciannove anni, mentre ancora frequenta la scuola d’arte,  Jill inizia a lavorare come fotografa ufficiale al celebre Rainbow Theatre, il tempio rock di North London in Seven Sisters Road. “Studiavo disegno tessile alla Central School of Art& Design e dovevo frequentare un corso di due settimane in fotografia, che ai quei tempi non era considerata un’arte ma una specializzazione tecnica. Nel mio istituto non esisteva un diploma specifico, ma tutti gli studenti la studiavano come complemento tecnico alla professione. Dal primo giorno mi innamorai della macchina fotografica: avevo trovato qualcosa che mi piaceva e in cui sentivo di poter diventare brava. Agli inizi ero totalmente incapace…ma imparavo in fretta. Al termine della prima settimana andai al Rainbow a vedere suonare gli Yes. Mi portai dietro la macchina fotografica in dotazione al college e scattai foto dalla galleria. Vidi i fotografi professionisti stipati nel pit davanti al palco e li raggiunsi. La mia attrezzatura era professionale e nessuno mi fermò. Finii il mio primo rullo. Alla fine del concerto qualcuno mi chiese se ero una professionista e se avrei voluto lavorare lì. Risposi di sì a entrambe le domande. E così, dopo una settimana appena di corso, mi ritrovai con  un lavoro, sia pure non retribuito, e un pass di accesso “all areas” con il mio nome stampato sopra. Avevo il privilegio di poter assistere anche ai soundcheck: vidi provare i Faces, i Pink Floyd, persino i Monty Python. Me ne stavo nell’ombra, pronta a mettermi in azione. Tra il 1972 e il 1973, al Rainbow, ho fotografato ottanta concerti, in seguito molte delle mie stampe sono state esposte alle pareti del teatro. In un certo senso quella è stata la mia prima galleria”.

    Molto talento, un pizzico di sfacciataggine, la fortuna di trovarsi al posto giusto nel momento giusto. Così Jill Furmanovsky, promotrice del collettivo Rockarchive che in collaborazione con  Photographia e la Galleria Galetti  ha allestito a  Milano la mostra sui Pink Floyd “Just another brick in the wall” (aperta fino al 20 aprile, ingresso libero tutti i giorni dalle 11 alle 19), è diventata una delle firme più prestigiose della fotografia rock. A dodici anni, nel 1965, si trasferì dalla natia Rhodesia all’Inghilterra a seguito della famiglia trovandosi scaraventata nel turbine della  Swinging London. “Mi iscrissi subito al fan club dei Beatles, diventando una di quelle teenager scatenate che sostavano giorno e notte davanti agli studi di Abbey Road” ricorda oggi, gentilissima e paziente nel raccontare per l’ennesima volta la storia della sua vita racchiusa nel libro autobiografico “The moment – 25 years of rock photography” (1995). “A un certo punto arrivavano loro, i Fab Four, sulle loro Mini con i vetri scuri e di colore diverso una dall’altra. Qualche volta si fermavano a firmare autografi o a farsi fotografare. La prima foto che scattai a Paul McCartney la feci davanti a casa sua, in Cavendish Avenue, con una Kodak Instamatic”. Passa qualche tempo e a diciannove anni, mentre ancora frequenta la scuola d’arte,  Jill inizia a lavorare come fotografa ufficiale al celebre Rainbow Theatre, il tempio rock di North London in Seven Sisters Road. “Studiavo disegno tessile alla Central School of Art& Design e dovevo frequentare un corso di due settimane in fotografia, che ai quei tempi non era considerata un’arte ma una specializzazione tecnica. Nel mio istituto non esisteva un diploma specifico, ma tutti gli studenti la studiavano come complemento tecnico alla professione. Dal primo giorno mi innamorai della macchina fotografica: avevo trovato qualcosa che mi piaceva e in cui sentivo di poter diventare brava. Agli inizi ero totalmente incapace…ma imparavo in fretta. Al termine della prima settimana andai al Rainbow a vedere suonare gli Yes. Mi portai dietro la macchina fotografica in dotazione al college e scattai foto dalla galleria. Vidi i fotografi professionisti stipati nel pit davanti al palco e li raggiunsi. La mia attrezzatura era professionale e nessuno mi fermò. Finii il mio primo rullo. Alla fine del concerto qualcuno mi chiese se ero una professionista e se avrei voluto lavorare lì. Risposi di sì a entrambe le domande. E così, dopo una settimana appena di corso, mi ritrovai con  un lavoro, sia pure non retribuito, e un pass di accesso “all areas” con il mio nome stampato sopra. Avevo il privilegio di poter assistere anche ai soundcheck: vidi provare i Faces, i Pink Floyd, persino i Monty Python. Me ne stavo nell’ombra, pronta a mettermi in azione. Tra il 1972 e il 1973, al Rainbow, ho fotografato ottanta concerti, in seguito molte delle mie stampe sono state esposte alle pareti del teatro. In un certo senso quella è stata la mia prima galleria”.

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