NEWS   |   Pop/Rock / 13/04/2011

Rumer: 'Ho studiato i grandi, così ho trovato la mia voce'

Rumer: 'Ho studiato i grandi, così ho trovato la mia voce'

A Sarah Joyce, magari, piacerebbe prendere le cose con più calma. Ma oggi che è diventata Rumer, e ha venduto (nel solo Regno Unito) oltre mezzo milione di copie con l’album di debutto, la sua vita ha cambiato ritmo. Così devi inseguirla al cellulare mentre si destreggia tra una corsa in taxi e una camminata a passo spedito, ansimante e un po’ distratta. Per non dire della innata timidezza, e del fatto che quella splendida voce da crooner che usa con tanta naturalezza in studio di registrazione non sembra altrettanto a suo agio nel raccontarsi a un estraneo. Però la curiosità è tanta: com’è che una trentunenne inglese di origini pakistane ama così visceralmente la musica vintage, gli standard di Irving Berlin e di Rodgers-Hammerstein, il cantautorato confessionale di Laura Nyro e di Joni Mitchell? Com’è che, anche quando immagina di sentire una canzone alla radio (succede nel testo di “Thanklful”), la prima che le viene in mente è l’antica “Superstar” di Delaney & Bonnie e dei Carpenters? “Lo so, me lo chiedono tutti. Ma io rispondo che per me non si tratta di musica vecchia. Si tratta semplicemente della miglior musica pop che sia mai stata realizzata. Quando ammiri un’opera di Michelangelo o una composizione di Mozart, non stai a pensare se è vecchia o nuova. La apprezzi e basta, e te ne fai ispirare. Io sono sempre stata interessata alla musica di epoche passate, ci sono arrivata attraverso la famiglia, gli amici, le mie ricerche personali. Da una cosa ne scopri un’altra, da un artista che ami risali a quelli che lo hanno influenzato. C’è sempre nuova musica da scoprire e io ne ascolto così tanta che mi risulta difficile individuare un artista preferito”. Eppure al mensile Mojo ha appena dichiarato che “Hejira” di Joni Mitchell è il disco che le è più caro…Lunga pausa di silenzio: “Mmmm…Beh, sì. Perché lo amo? Perché  in quel disco è come se Joni parlasse a se stessa”. Per “Seasons of my soul”, il suo album di debutto da poco uscito in Italia, Rumer ha però preferito un suono più classico, più ricco, ornato di  eleganti arrangiamenti per archi ed ottoni. Erano già state concepite così, le sue canzoni? “Diciamo che nella mia testa erano già così, ma che da sola non avrei potuto realizzarle in quel modo. C’è voluto Steve (Brown, compositore di musical e per la tv, produttore e coautore di numerosi pezzi dell’album) per tradurre i miei sogni in realtà. E’ stato lui a farmi capire che si poteva fare.  Ci siamo conosciuti una sera che mi esibivo in un piccolo bar di Londra, lui era lì per assistere a un concerto della band di suo figlio e dopo avermi visto mi ha avvicinato”.

Prima di quell’incontro fatale c’erano stati lunghi anni di gavetta e di disillusioni, di serate a microfono aperto e di concerti con una band indie rock (i La Honda) intervallate dai lavori più vari per guadagnarsi da vivere (Sarah ha fatto la lavapiatti, la cameriera, la barista, la donna delle pulizie, l’assistente di parrucchiera, l’insegnante, la venditrice di spazi pubblicitari. Ha venduto pop corn nei cinematografi e aggiustato gli iPod nell’Apple Store di Regent Street), persino un ritiro in una comunità aperta da un ricco filantropo durante un periodo di grande confusione e sbandamento. E tante porte in faccia chiuse da parte delle case discografiche, prima del prestigioso contratto firmato con la Atlantic Records: l’etichetta per cui Aretha Franklin (un’altra sua eroina, che le ha ispirato una delle sue canzoni migliori) incise i suoi dischi più celebri. “Mi dicevano che non ero abbastanza carina. Che la mia musica era fuori moda, non in sintonia con i tempi. A dire la verità, non ho mai ben capito che cosa non gli piacesse in me. Mi sono accorta che le cose stavano cambiando quando ho trovato il produttore e il manager giusto. Persone professionali con le competenze giuste e i giusti contatti nell’ambiente. Senza quelli non vai da nessuna parte. I manager con cui ho litigato? Fa parte del percorso anche quello, mi è servito per crescere”. Nel suo girovagare, Sarah non ha mai dimenticato le radici: il periodo idilliaco vissuto in Pakistan da bambina, il rapporto controverso e affettuoso  con una madre (inglese) che la concepì in seguito a un rapporto extraconiugale con il cuoco di famiglia e a cui è stata molto vicina durante la malattia che ne ha preceduto la morte nel 2003 (sta tutto scritto nella biografia pubblicata sul sito ufficiale). Le foto di famiglia incluse nel libretto del cd fanno pensare a un album molto personale, autobiografico… “E’ così. C’è molto di me, nelle canzoni, anche se utilizzo episodi e storie inventate. ‘Aretha’ è fiction, e così anche ‘Saving grace’. Ma tutte le mie canzoni contengono elementi di verità”. Perché allora la scelta di nascondersi dietro un nome d’arte (Rumer Godden è il nome della famosa scrittrice prediletta dalla madre)? “Perché credo porti più fascino e più mistero alla musica. Che la renda più evocativa. Il nome d’arte serve a far emergere un’altra me, una parte differente della mia personalità”.

A differenza di tante colleghe (quasi tutte più giovani di lei) Rumer non ha frequentato i talent show, né una scuola di musica come Adele. A proposito, le piace il nuovo fenomeno del pop inglese? “Sì, ha una bella voce. E abbiamo gusti in comune: ho letto che le piace Sam Cooke. Tra le cantanti contemporanee apprezzo molto anche Cat Power. La mia voce? Ce l’ho sempre avuta, credo sia un dono naturale. Ma avere una bella voce non basta per essere una brava cantante. Io lo sono diventata attraverso la pratica e l’esercizio. E ascoltando attentamente i migliori cantanti di sempre: studiando il loro modo di interpretare e di porgere la canzone, la loro capacità di esprimere quello che hanno nell’anima”.  Ha imparato bene, se è vero che un guru come Burt Bacharach l’ha invitata a casa sua in California, per quello che Rumer definisce in tutte le sue interviste il momento più bello della sua vita: “Mi ha fatto cantare ‘Some lovers’, un pezzo che aveva appena scritto per un musical intitolato ‘The gift of the magi’. Non l’ho messa nell’album ma su un singolo intitolato ‘Rumer sings Bacharach at Christmas’ ”. In fondo all’album c’è invece un altro tema bacharachiano, la classicissima “Alfie”. E anche “It might be you”,  tema conduttore di “Tootsie”. A Rumer piace la musica da film? “Non è tanto quello. Diciamo che mi piacciono le canzoni che evocano storie e immagini,  musiche e parole che stimolano l’immaginazione di chi ascolta. Spero di riuscirci anch’io, con le mie composizioni”. Che continuano a fluire (“ne ho già scritte di nuove, per il prossimo disco di inediti”), anche se  il progetto più imminente è un album di cover che dovrebbe intitolarsi “Boys don’t cry”: “E’ una specie di prequel a ‘Seasons of my soul’, conterrà le mie versioni di canzoni che io e Steve abbiamo ascoltato prima di registrare l’album”, spiega Sarah. “Abbiamo preparato dei demo ma non abbiamo ancora iniziato a registrarlo: credo che uscirà l’anno prossimo. Sono vecchie canzoni di Neil Young, Richie Havens, Tim Hardin, Gil Scott-Heron… Tutti cantautori di sesso maschile: volevo esplorare il modo che hanno i maschi di concepire il mondo e le relazioni”.

 

 

 

 

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