L'intervista a Bruce Springsteen

L'intervista a Bruce Springsteen
Come stai, innanzitutto?
«Sto molto bene, è bello essere qui con voi».

Sei reduce dal concerto di Parigi a favore di Amnesty International: come è andata?
«E’ stato meraviglioso ritrovarmi con Peter, Youssou, Tracy e gli altri, gli stessi del tour benefico che facemmo dieci anni fa. Mi sono emozionato, è stata un’esperienza mai fatta prima: sembrava praticamente una riunione di famiglia».

La grossa domanda di questo incontro non può che essere: perché la riunione annunciata con la E-Street Band? Come mai proprio ora?
«Ci ho pensato per un bel po’, era da tempo che l’idea mi stuzzicava. Ultimamente avevo fatto qualcosa di molto tranquillo con “Tom Joad” e immagino che mi fosse tornata la voglia di fare di nuovo un po’ di rumore» (ride). «La E Street Band è parte integrante di me e della mia musica. Queste persone mi aiutarono a presentare la mia musica e renderla per sempre quella che tutti conoscete. Con la loro partecipazione alle mie canzoni e alla mia carriera, la E Street Band è diventata il simbolo della mia musica. E, umanamente, sono gli amici con cui sono cresciuto, sono la mia famiglia».

Sai già quale sarà la formazione che prenderà il palco?
«L’idea è che partecipino tutti, anche se sono il primo a rendermi conto che ognuno di noi, durante i dieci anni di separazione, ha fatto la propria strada e qualcuno - come me - ha anche messo su famiglia. Comunque ci proviamo: so che qualcuno sta già cercando di organizzarsi per esserci, sta mettendo a punto i dettagli, io spero che ci possano essere tutti. Il mio desiderio è di avere con me entrambi i chitarristi dei due periodi del gruppo, sia Steve sia Nils» ((Van Zandt e Lofgren, n.d.r.). «Ci stiamo ragionando, facciamo dei tentativi».

Hai già pensato a quale nome dare al tour?
(Ride) «Eh già, c’è anche questo da decidere. No, non ci ho ancora pensato, vedremo più avanti».

Gira voce che la E Street Band inizierà a suonare dall’Europa: è vero?
«Sono sincero: non abbiamo messo a punto alcun dettaglio sul tour. Nessuno. Tranne uno: sappiamo per certo che nel 1999 saremo on the road. Non ho veramente molte informazioni, ma appena le avremo le diffonderemo. Cominciare in Europa? In effetti l’abbiamo fatto diverse volte in passato, e ci ha sempre portato bene. Ho sempre ricevuto molto supporto dai fans europei, e dall’Italia in particolare» (“Italia” è pronunciato in italiano, n.d.r.). «Mi sento molto legato a voi: il mio pubblico qui mi ha sempre seguito, in qualsiasi direzione io andassi con la mia musica, in venticinque anni di carriera».

Che parte avranno le canzoni di “Tracks” nel tour con la E Street Band? «Oh, una grossa parte, una parte enorme, ne faremo moltissime!» Ma credi di riuscire ancora a durare quattro ore dal vivo...?
(ride) «Mmmh...! E’ meglio che ci pensi su!»

Perché hai tenuto fuori così a lungo dai tuoi album tutti i capolavori contenuti in “Tracks”?
«Non è stata una scelta ragionata. Durante tutta la mia carriera mi sono sempre sentito di orientarmi verso qualcosa di nuovo, e non ho mai considerato di fermarmi. Semplicemente, ad un certo punto certe cose sono riemerse: ero arrivato a venticinque anni di attività, si avvicina la fine del secolo. E’ tutto venuto fuori al momento giusto. Ho riflettuto molto sul mio passato e, contemporaneamente, mi sono reso conto che avevo voglia di suonare di nuovo con una band, quindi era anche giusto riascoltare tutta quella roba restata sugli scaffali. E così l’ho riordinata ed è venuta l’idea di pubblicarla.

Esiste un percorso artistico che tu individui in questo cofanetto? Come lo racconteresti?
(Prende il cofanetto in mano, e lo guarda per qualche secondo). «Nella foto di copertina avevo 24 anni, risale più o meno a quando cominciai. Fin da quando ero giovanissimo, ho sempre desiderato utilizzare la mia musica per risolvere il grande mistero dell’identità: chi sono veramente? Da dove vengo? A cosa e a dove appartengo? A cosa aspiro? E così sono andato avanti, ponendomi di volta in volta domande diverse, tentando di dare loro una risposta con le mie canzoni. Credo di avere realizzato lo stesso percorso con “Tracks”: ci ritrovo molte domande, personali all’inizio, poi sulla mia famiglia, più avanti anche di natura storica, riguardanti le forze e le dinamiche sociali che caratterizzavano la mia esistenza. Ho sempre cercato di dare un senso al mondo in cui vivevo e vivo».

Sei tornato a vivere in New Jersey...
«Già, è vero. Per la verità era dai primi anni Ottanta che abitavo in California, dove trascorrevo lunghi periodi dell’anno. Ma a nessuno interessava, allora» (ride). «Quando ho messo su famiglia, sono andato a vivere laggiù per tre anni interi. Avevo bisogno di un nuovo punto di partenza, credo, volevo ritrovare l’ispirazione, ho pensato che fosse positivo che i miei bambini crescessero là. La California è uno stato molto affascinante, mi piace perché è variegato, è multietnico e multiculturale. Anche la sua geografia ha caratteristiche molto drammatiche, soprattutto per un motociclista, con quei cambi di paesaggio. Stare in California mi ha spinto a leggere Steinbeck e tutto il resto, e comunque continua a piacermi molto».

Non hai spiegato perché sei tornato nel Jersey...
(ride) «Ah, non l’ho detto? In New Jersey c’era una grossa famiglia italiana che mi aspettava e che mi mancava. E’ veramente la ragione principale per cui ho voluto tornare a casa, perché mi è piaciuto starci in mezzo da piccolo e voglio che i miei figli vivano la stessa bellissima esperienza. Ricordo ancora la mia nonna che parlava in sorrentino e conosceva pochissimo l’inglese...»

Parliamo dei tuoi valori artistici: cosa conta veramente?
«Certe cose non cambiano mai, e per me sono immutate rispetto a quando cominciai, i principi della mia musica sono rimasti gli stessi. Volevo fare musica che fosse utile al mio pubblico in qualche modo, che potesse aiutare a pensare, ma anche a tenerti compagnia mentre lavavi la macchina davanti a casa il sabato pomeriggio. Dal terzo album in poi» (“Born to run”, n.d.r.) «la mia direzione artistica è stata unica».

Quanto ti è mancata la E Street Band, sia musicalmente che umanamente?
«Quella di una band è una situazione veramente inusuale: immagina di lavorare per una vita con la stessa gente da quando avevi 17 anni! Non credo che ci siano altre occupazioni al mondo che permettono a dei ragazzi di crescere in quel modo, tutti insieme, di percorrere una strada in comune. Ognuno di noi, all’inizio, fece letteralmente impazzire la propria famiglia, ma arrivi ad un punto in cui si finisce con il darsi sui nervi a vicenda, nessuno sopporta più nessuno. Troppo tempo trascorso insieme. Voglia di fare altro. E, talvolta, devi proprio staccarti dalle cose, prenderti una pausa. Quando cresci, poi, ricominci ad apprezzare la forza e l’energia dell’amicizia che avevi costruito e sviluppato, quella potenza comune. Io mi sento fortunato per avere avuto loro e orgoglioso della E Street Band. Inoltre dovete capire che l’esperienza che si prova sul palco è unica, perché vivi un momento di totale purezza, sperimenti un momento di massima chiarezza, un momento rivelatore. Come posso dire? Direi un’esperienza unica e fortunata: essere purificato dal lavoro che si fa insieme».

Credi che ci sia qualche rischio a rimettersi a suonare insieme dopo tanto tempo? Riuscirete a ritrovare voi stessi?
«Ma io non mi aspetto affatto che sia lo stesso rispetto a dieci anni fa, anzi, spero e credo che sia diverso. Sarà interessante. Uno-due anni fa abbiamo nuovamente suonato insieme per un po’: prima in un club a New York, poi in uno studio per girare il video di “Blood brothers”. Fu molto interessante, mi rendevo conto di cantare in modo diverso, che le canzoni venivano suonate in modo diverso da tutti. Siamo cambiati, e questo mi stimola. La mia impressione è che la musica sia stata resa più profonda dal passare del tempo. A ripensarci, trovo di avere scritto cose anche piuttosto complesse da giovane: quando ero giovane scrivevo di situazioni adulte, ed oggi quelle canzoni le eseguiamo veramente da adulti. Anche se vogliamo farlo mantenendo lo spirito dei quindicenni» (ride).

Cosa provi ad entrare nella “Hall of Fame”? (sarà premiato nel 1999, n.d.r.)
«Beh, è una cosa bella, interessante. Quando Reggie Jackson» (un giocatore di baseball, n.d.r.) «fu premiato nella loro Hall of Fame, disse che non era importante essere in cima o in coda alla lista, ma che era sufficiente farne parte. Che era grande sapere che il proprio nome sarebbe restato così nella memoria della gente per sempre. Io mi sento proprio così. E comunque credo che, dentro di sé, ogni artista porti la propria Hall of Fame, grazie ai fans».

Hai ricordato poco fa di avere compiuto 25 anni di carriera: come è il rock oggi, qual è il suo significato?
«Non so proprio se abbia un significato, ma credo che dal suo avvento abbia sempre riflesso correttamente la condizione e la cultura umana, traducendone per tutti anche le parole più incomprensibili. Quando ero giovane pensavo: come mi vesto, come mi pettino? Anche oggi i ragazzi fanno lo stesso. Il rock è un meccanismo che fornisce una struttura di conforto e di supporto mentre cresci. A quindici, sedici, diciassette anni. E poi a quarantanove, cinquanta!» (ride). «Il rock è arrivato tra noi nella seconda metà del secolo, negli anni Cinquanta, dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando alcune cose avevano ormai perduto il loro potere e il loro valore, ed è arrivato per dare un senso alla vita dei giovani e a modificare la struttura della società, regalando eccitazione e un senso di comunità».

Ma a fine millennio esiste ancora una cultura rock? Il rock è ancora una tradizione? È ancora una voce contro?
«Penso che i miei personaggi non siano mai stati dei veri fuorilegge, mentre l’archetipo del rock lo richiede. I miei personaggi erano soprattutto emarginati o disadattati che cercavano il proprio posto nella città in cui vivevano, nella loro famiglia, persone che volevano trovare un modo per dare forma al proprio mondo, un mondo in cui l’amore fosse reale. Non sono, quindi, dei veri personaggi rock and roll. Non sono interessati a sfasciare tutto, ma a costruire, semmai.

In “Songs”, il libro con i testi di tutte le tue canzoni recentemente uscito in America, affermi che “Rosalita” è la tua autobiografia musicale...
«Fammi vedere un po’ il libro... Dov’è questa cosa?» (ride, fingendo di non vederci bene). «In realtà è proprio vero, quella canzone è la mia storia, è il condensato di quella che sarebbe diventata la mia vita. “Rosalità” è l’incapsulazione della storia di un ragazzo che parte per un’avventura importante: c’è la chitarra, l’auto, la fidanzata, il viaggio verso la California, il primo anticipo della casa discografica, la sicurezza che guardandosi indietro un giorno tutto sembrerà divertente! Ho inserito la mia vita in “Rosalita”».

Quando una canzone è una buona canzone rock?
«Una buona canzone rock ha due elementi fondamentali: un personaggio ed una storia. Ma per funzionare deve essere vissuta dentro, deve venire dal cuore, deve essere condivisa. Le mie canzoni riflettono sempre il presente, anche se i personaggi sono distanti nel tempo e nello spazio, come quando parlo in prima persona degli homeless e degli operai senza lavoro, senza essere evidentemente uno di loro».

Molti si chiedono con quale criterio hai scelto i brani di “Tracks” e, allo stesso tempo, ne hai esclusi molti altri che il tuo pubblico conosce per averli ascoltati ai tuoi concerti...
«Il problema con quelle canzoni è che spesso non avevano una buona qualità di registrazione, erano restate a livello di “demo”, non potevano essere incluse in un disco in quello stato. “Hard promise”, quella più discussa per essere pratici, non è mai stata registrata come avrei voluto, e forse non fu nemmeno scritta come avrei voluto... Il materiale che ho selezionato ha risposto anche a dei criteri tecnici: le canzoni presenti in “Tracks” sono brani che, nella maggior parte dei casi, erano arrivati a completamento; al momento di confezionare l’album di turno, però, spesso ero costretto a scartarne alcuni. A quelli che eliminavo mancava, quindi, solo il mixaggio, restavano fuori all’ultimo momento ma in realtà erano praticamente ultimati. Stavolta erano pronti da proporre».

Hai appena vinto la causa con la Masquerade Music, per quella storia di bootleg...
(ride, fingendo di essere spazientito) «Eccola qui la domanda, l’aspettavo. Che vi posso dire?» (ride) «Sono felice! Grazie!» (applauso) «Per me si trattava di una questione importante, credo che ne andasse della mia integrità artistica. Il modo, la qualità, il tempo della registrazione di un lavoro e lo stile della sua pubblicazione fanno parte di quegli aspetti estetici che, a mio parere, restano una decisione insindacabile dell’artista. Perché qualcun altro dovrebbe scegliere la copertina di un disco su di me che non ho deciso di pubblicare? La stessa sequenza dei brani, stabilita arbitrariamente, modifica il risultato finale di un album...»

Oltre che come musicista, sei unanimemente apprezzato anche per l’umanità e la sincerità che ti contraddistinguono: sono ancora valori attuali, a tuo parere?
(visibilmente imbarazzato) «Non so proprio cosa dire, veramente. Non ho mai pensato a me stesso in questo modo... Ho sempre creduto che il rock potesse sopportare il peso di idee complicate e parlare poi alla gente in modo essenziale e diretto, e di dare lentamente forma al mondo, un poco alla volta. Ecco quello che i miei eroi hanno sempre fatto per me, per lo meno: Dylan, Elvis, oppure i Public Enemy o i Sex Pistols di “Anarchy in the U.K.”. Musica bella e potente al tempo stesso. Se avevo un sogno, da giovane, beh, mi vedevo come un viaggiatore, non come un divo. Non ho mai creduto di avere una voce particolarmente buona, o di possedere qualche forma di genio, ma oggi so che ho la capacità di mettere tante piccole cose insieme e tradurle con la mia voce. Non saprei proprio cosa altro aggiungere, in merito... It’s only rock and roll, but i like it!» (ride).
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