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NEWS   |   Industria / 09/03/2011

Tesco (UK): 'Per continuare a vendere cd, cambiamo i contratti con i fornitori'

Tesco (UK): 'Per continuare a vendere cd, cambiamo i contratti con i fornitori'

Sono i colossi del retail ad avere il coltello dalla parte del manico, nei nuovi scenari di crisi della musica registrata? Dopo che iTunes è stato capace di dettare le condizioni per lo sviluppo del mercato digitale alle case discografiche (in termini di prezzi al pubblico e di spartizione dei proventi, anche se Apple ha successivamente prestato orecchio alle richieste di variare le fasce di prezzo), giunge notizia, attraverso le pagine del Financial Times,  di una proposta che ha il sapore di un ultimatum, lanciata dalla catena inglese Tesco ai suoi fornitori musicali. Per continuare a preservare (o anche, auspicabilmente, allargare) gli assortimenti di cd nei suoi supermercati che vendono soprattutto beni alimentari, spiega il direttore della divisione entertainment Rob Salter, il popolarissimo marchio vorrebbe che venisse applicato una formula mista tra l’acquisto e il “conto vendita”: pagamento anticipato di una piccola percentuale del prezzo pattuito (50 centesimi a pezzo, invece di 7 o 8 sterline), con saldo della somma rimanente all’atto della vendita.

Il sistema tradizionale, in vigore in tutto il mondo, prevede normalmente il pagamento a 60 o 90 giorni dalla consegna della merce; ma sembra che alcuni discografici inglesi, pur di assicurarsi una presenza adeguata dei loro prodotti sugli scaffali di Tesco, siano disposti a testare il nuovo sistema (già sperimentato l’anno scorso con un album di Robbie Williams).  Secondo Salter si tratta di un metodo che finirà per portare “più denaro a tutti” (Tesco si assumerebbe anche l’incarico, spesso oneroso, di distruggere la merce rimasta invenduta). Alcuni discografici e osservatori, invece, ne sottolineano le controindicazioni: un impatto negativo sulla liquidità di etichette e distributori, e la necessità di monitorare sistematicamente le vendite del cliente. Secondo il Financial Times, il modello è in discussione anche negli Stati Uniti e interessa altri rivenditori non specializzati che minacciano di ridurre ulteriormente gli spazi di vendita destinati ai cd.