San Francisco: il giudice dà torto a Napster (che forse dovrà chiudere)

Napster ha perso la prima battaglia contro l’industria discografica: il giudice federale di San Francisco Marilyn Hall Patel, chiamato a pronunciarsi sulla vertenza mercoledì 26 luglio (quando in Italia, per la differenza di fuso orario, era notte fonda) ha emesso un’ingiunzione preliminare che intima al sito californiano di riorganizzare il suo servizio entro la mezzanotte di venerdì 28, sgomberando i suoi server da ogni brano musicale di proprietà delle case discografiche ricorrenti (tutte le major iscritte alla federazione RIAA, secondo cui l’87 % del traffico presente sul sito è costituito da copie non autorizzate di brani musicali). Napster ha immediatamente presentato appello contro la decisione.
La pronuncia del giudice Hall Patel, che ha accolto la tesi delle major secondo cui Napster è corresponsabile delle violazioni dei copyright e degli atti di “pirateria” musicale compiuti grazie al suo software che consente agli utenti di accedere direttamente ai file musicali archiviati nelle memorie dei rispettivi computer e di scambiarseli, ha sorpreso i moltissimi osservatori che stipavano l’aula del tribunale durante l’udienza e segna un precedente “pesante”, che influenzerà probabilmente la sorte di servizi analoghi come Scour o Gnutella. Ma il giudice Hall Patel non ha espresso il minimo dubbio, rigettando tutte le tesi sostenute dai legali di Napster, con il celebre David Boies (protagonista della causa Microsoft) in testa: e cioè che sulla base del Digital Millennium Copyright Act del 1998, gli Internet Service Provider sono esenti da responsabilità fino a quando non vengono a conoscenza delle violazioni (“i dirigenti e il personale di Napster ne erano consapevoli fin dall’inizio”, ha replicato il giudice); che, in base a una decisione della Corte Suprema sul caso Sony Betamax, è legittimo l’uso di apparecchi hardware che consentono la copia quando questa non sia la loro unica funzione (“Napster non è un apparecchio di registrazione”); che la copia privata a scopo non di lucro è consentita dalle leggi americane (“qui non si tratta di semplice scambio tra privati, ma di condivisione tra un numero potenziale di milioni di utenti”); e che, infine, Napster fornisce una serie di funzioni aggiuntive agli utenti, consentendo ad esempio di scaricare brani di artisti sconosciuti o brani regolarmente licenziati (“non sono funzioni strategiche del servizio, e comunque possono essere mantenute in vita”).
In attesa del giudizio di merito, a cui il giudice Hall Patel ha rinviato ritenendo che l’industria discografica abbia “non solo ragionevoli, ma forti probabilità di vincere la causa”, a Napster restano due alternative concrete, da qui a venerdì: tenere in piedi i suoi servizi ausiliari, oppure chiudere del tutto il sito (fino al giudizio di merito), tenuto conto che il software in suo possesso non consente ai suoi tecnici di identificare, tra i file scambiati attraverso i suoi server, tutte le opere protette e conseguentemente di rimuoverle. Ma anche su questo punto il giudice Hall Patel si è mostrato inflessibile: “Napster ha creato il mostro, ed è suo compito elaborare un software che consenta di rimuovere da internet le opere protette da copyright”.
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