I senatori americani bacchettano i discografici

Uno schiaffo in faccia alle major discografiche. Così i principali media specializzati americani commentano l’esito del dibattito pubblico sul futuro della musica digitale, voluto dal senatore repubblicano Orrin Hatch e andato in scena l'11 luglio nelle sale del Campidoglio di Washington. Quella che doveva diventare per i senatori americani l’occasione di una presa di coscienza collettiva sui rischi insiti nella distribuzione elettronica della musica registrata si è trasformata in realtà in una sequenza di moniti minacciosi rivolti dallo stesso Hatch all’industria del disco, rappresentata nell’occasione dalla sua massima autorità locale, il presidente della RIAA Hilary Rosen. Le case discografiche, ha detto Hatch, dovranno decidersi ad abbandonare il loro atteggiamento ostruzionistico nei riguardi delle nuove tecnologie, stabilendo norme eque per la regolamentazione del mercato online: altrimenti saranno i legislatori a farlo al loro posto, introducendo tariffe standard per l’utilizzo della musica in rete. E se non vi provvederanno i diretti interessati, ha aggiunto, sarà il Congresso a circoscrivere per legge i confini dell’“uso equo” della copia digitale. Ma Hatch non si è fermato qui, minacciando di dare inizio a un’istruttoria antitrust se le case discografiche continueranno a limitare gli utilizzi online del loro repertorio ai soli enti che sono in grado di controllare direttamente. Le parole di Hatch sono state in buona parte riecheggiate dal senatore democratico Patrick J. Leahy, l’altro principale architetto della nuova legge americana sul copyright (il Digital Millennium Copyright Act), il quale ha difeso la soluzione delle licenze obbligatorie su internet sostenendo che “20 milioni di utenti di Napster sono una realtà con cui si deve fare i conti”. Il tutto mentre compassati senatori scaricavano allegramente da software come Napster e Gnutella pezzi di Sheryl Crow e dei Grateful Dead, scattando istantanee di Lars Ulrich dei Metallica per figli e nipoti…
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