John Mellencamp: la cronaca del suo show dal vivo in Germania

John Mellencamp: la cronaca del suo show dal vivo in Germania
Mainz, 18 marzo 1999
Mainz, meglio nota come Magonza, è una tipica e placida cittadina renana non lontano dall’agglomerato urbano di Francoforte. Moderna, hi-tech e fredda quest’ultima; antica, confortevole e calda la prima, città che annovera un antico Duomo romanico, la gotica chiesa di St.Stephen ed il museo Gutenberg. Qui John Mellencamp ha scelto di tenere il secondo degli unici due concerti programmati per l’Europa, dopo la tappa di qualche giorno prima a Monaco di Baviera.
Il concerto si tiene al Frankfurter Hof, una sala funzionale per circa mille persone all’interno di un palazzo austero nel centrale budello di Mainz. Lo show è trasmesso in diretta dalla stazione radio tedesca SW3 e per tale ragione assume più le sembianze di uno showcase allargato in vista di un possibile, futuro tour europeo che di un concerto vero e proprio. Pochi i biglietti messi in vendita, molti gli invitati, gli addetti ai lavori e i giornalisti. Il pubblico, un migliaio di persone circa , è quello del rock più classico, con un’età superiore ai trenta e ai quaranta ed una decisa prevalenza di maschi. Alcuni fans nelle prime fila (compresi quelli del fan club italiano) sventolano le copertine dei primissimi album dell’artista, l’attesa per il piccolo bastardo è quanto mai giustificata visto la recalcitrante posizione dell’artista verso show ed interviste, mai troppo numerose almeno dalle nostre parti.
John Mellencamp arriva in scena esattamente alle 8.05, rispettando i tempi della diretta radiofonica, accompagnato da una band di sette elementi dove spiccano i veterani Mike Wanchic e Andy York alle chitarre elettriche e Toby Myers al basso. Miriam Sturm, concittadina (anche lei di Bloomington) di Mellencamp sostituisce al violino Lisa Germano, Dane Clark siede dietro la batteria al posto di Kenny Aronoff - ma non è la stessa cosa - e nelle vesti di corista c’è un’avvenente ragazza nera, Pat Anderson, che si destreggia col tamburello. Oltre a loro c’è Moe Z.M.D, un tastierista nero che staziona davanti ad un imponente hammond ma più che suonare gesticola, looppeggia, balla e inquina con un refrain hip-hop la celebre Jack and Diane. Una presenza un po’ fuori luogo nell’economia della band e nello stile di puro rock n’roll di Mellencamp, vestito tutto di nero, giacca, camicia e pantaloni con pence; anche gli altri musicisti fanno a meno dei proverbiali jeans, divisa tipica di una band divenuta famosa con un’estetica da ribelli senza causa di un rock ruvido, stradaiolo , sanguigno come può essere un John Fogerty. Ma i tempi cambiano ed il piccolo Mellencamp, sul palco di Mainz, più che l’enfasi del rock da strada maestra (lui è nato come emulo di Springsteen), sciorina un rhythm and blues secco e grintoso che fa il verso più a James Brown, Eddie Hinton e Otis Redding che al boss. Lo conferma un concerto basato su canzoni prive di ogni orpello e lungaggine, veloci, stringate, compresse dentro i tre/quattro minuti di un rock che arriva al centro della questione senza perdersi in divagazioni ed in lunghi assoli. Un fulmineo rhythm and blues acceso dalla voce negroide di Mellencamp che rispetta i tempi ristretti della diretta senza mai tergiversare in nessuna introduzione, pompando un ritmo frenetico e non lasciando nessun stacco tra una canzone e l’altra.
La band è congeniale a tale scarica di adrenalina, Mike Wanchic e Andy York con le chitarre badano al sodo, mordono e fuggono, Miriam Sturm si fa sentire solo quando necessita ovvero quando la canzone prende, e sono poche, le vie della ballata rootsy; Toby Myers e Dane Clark sono una sezione ritmica rollingstoniana, dal sound quadrato e tosto. La prima canzone del set è "Smalltown", celebre titolo di un suo fortunato album della metà anni 80,dai fans di vecchio pelo considerato, per via dei temi blue-collar e farm-aid espressi, una specie di Nebraska elettrico. Mellencamp imbraccia la chitarra elettrica e la canzone non perde nulla del suo spirito epico ed evocativo. Subito dopo c’è "Jack and Diane", la canzone che all’inizio degli anni 80 scaraventò little bastard in cima alle classifiche americane facendolo diventare di colpo una rock star. L’intervento vocale del tastierista a metà del pezzo sposta il ritmo del brano verso un hip-hop furbino che incita alla danza ma deprime quanti vogliono da Mellencamp il rock’n’roll. Che puntualmente arriva con "Eden is burning", uno dei tre brani assieme alla bellissima "Life is now" e a "I’m not running anymore", dell’ultimo album. Scelta che contraddice chi si aspettava di vedere il concerto come una specie di promozione dell’ultimo disco, visto per l’ appunto il ridotto numero di canzoni presentate. Da quello che si è visto e sentito sembra che Mellencamp continui a prediligere, a dispetto della sua produzione di anni novanta, gli album della prima metà degli anni ottanta, quelli più strettamente legati ad un suono di classico rock n’ roll da strada, come "Uh uh", per esempio, disco dall’essenza rollingstoniana di cui ha presentato tre pezzi, oppure come "Smalltown", tre brani anche per lui. Due le tracce del multiseller "American fool" del 1982 (oltre a "Jack and Diane" ha esibito "Hurts so good") mentre niente è trapelato da "Big daddy", "Whenever we wanted" e "Human wheels" ed una sola traccia ("Check it out") è stata prelevata dalla svolta fisarmonica & roots di "The lonesome jubilee" dell’87.
Ma torniamo allo show, che con "Lonely ol’ night" si accende di quelle colorazioni black di cui si diceva prima. Mellencamp rimane in camicia ed urla più che mai il suo shout ,batteria e Pat Anderson creano un ritmo funky prima che "Life is now" si dondoli tra i suoi umori da ballata e la ferocia delle due chitarre elettriche. "I’m not running anymore" è ariosa mentre la versione di "Wild night" di Van Morrison è soul ad alto potenziale erotico che Mellencamp interpreta e ammicca al fianco della bella corista. Finalmente uno stacco, ed esplodono le strofe drammatiche e midwestern di "Rain on the scarecrow", brano dalle implicazioni roots-rock che beneficia degli assoli torcibudella di Wanchic e York e della chitarra acustica "da ballata" del leader. C’è tutta un’America di provincia in questo brano, ci sono strade blue e grano rosso sangue, Mellencamp dà il meglio di sé e insieme a "Pink houses" questa risulterà essere una delle canzoni più emozionanti del concerto.
Il seguito segue le stesse coordinate: "Crumblin’ down" è Rolling Stones da "Exile on Main Street", ovvero bibbia del rock’n’roll, e "R.O.C.K. in the U.S.A" è come mettere James Brown, Mitch Ryder, e Jackie Wilson in una canzone sola. Mellencamp fa il "negro", si scatena più che mai, dimentica i suoi recenti malanni, sale sulla grancassa della batteria ed incita al rhythm and blues con "Hurts so good" ed un’intera discografia Stax sembra uscire dalla sua voce e dalle sue mosse di black singer. Il concerto è ormai esploso ed anche se si vive la sensazione di correre troppo in fretta perché bisogna rispettare dei tempi, il pubblico è alle stelle ed incita Mellencamp con sentito trasporto. In "Authority song" Pat Anderson si mette a cantare e fa lo scat prima che uno sporco assolo di Andy York tinga di rabbia il set ed introduca l’antemica "Pink houses", polemica ballata sui mali d’America che lascia spazio al violino e ai suoni duri di un rock che allora, nei primi anni 80 ,era ancora un modo per stare dall’altra parte della strada. Lo show si chiude su questa immagine forte del rock, un brano di "Uh uh" del 1983 scelto per chiudere un live radiofonico del 1999. In fondo il piccolo bastardo è rimasto tale e non media.
Il veloce bis è programmato con "Key West intermezzo", più sottotono rispetto all’originale di "Mr. Happy Go Lucky" e con "Check it out", corale, con tutto il pubblico che canta ed applaude.
TRACKS LIST
"Smalltown"
"Jack and Diane"
"Eden is burning"
"Lonely ol’ night"
"Life is now"
"I’m not running anymore"
"Wild night"
"Rain on the scarecrow"
"Crumbling down"
"R.O.C.K. in the U.S.A."
"Hurts so good"
"Authority song"
"Pink houses"
"Ket West intermezzo"
"Check it out"

BAND John Mellencamp: voce, chitarra acustica ed elettrica;
Mike Wanchic: chitarra elettrica;
Andy York: chitarra elettrica;
Toby Myers: basso;
Moe Z.M.D: tastiere ,loops, voce;
Pat Anderson: tamburelli, voce;
Dave Clark: batteria;
Miriam Sturm: violino.
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